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Ricerca ed innovazione per Il restauro delle opere dei Giardini Vaticani.

Laura Gigliotti

Giornata di studio martedì 3 ottobre ai Musei Vaticani dedicata interamente al restauro delle opere d’arte esposte nei Giardini del papa, presente la direttrice Barbara Jatta. Con relazioni dei responsabili dei diversi servizi dei Musei Vaticani e di ospiti delle università di Palermo e Milano, dell’Istituto Centrale per il Restauro del Mibact, della Società Italiana per la Ricerca sugli Oli Essenziali e una tavola rotonda.

Sempre più spesso nel campo del restauro si parla di sostanze naturali, di biotecnologie, di biorestauro. L’ENEA ha selezionato oltre cinquecento ceppi di batteri e funghi, un piccolo esercito di potenziali “microriparatori” di opere d’arte. Al centro dell’attenzione degli studiosi e dei restauratori d’oltre Tevere gli oli essenziali su cui la ricerca ha fatto molti passi avanti. In Vaticano dalla fine del 2014 è in corso un progetto di restauro e conservazione delle opere dei Giardini Vaticani che vede coinvolte diverse professionalità e impegnati dieci restauratori coordinati dal Laboratorio di restauro materiali lapidei. A farne la cronistoria Guy Devreux responsabile del Laboratorio restauro marmi. L’idea venne al professor Antonio Paolucci nel 2008. Sono interessati 576 elementi di tutti i tipi, la maggior parte marmi, ma anche terrecotte, bronzi, metalli moderni e intonaci, c’è anche un pezzo del muro di Berlino. E non c’è luogo più ostile per la conservazione e il mantenimento nel tempo di un’opera d’arte che vivere nella natura. In pochi anni le opere vengono ricoperte da alghe, muschi, licheni e subiscono ogni tipo di attacco. In passato i restauratori hanno lavorato usando mezzi meccanici, il laser e prodotti chimici di sintesi che si sono rivelati nel tempo inefficaci se non dannosi. Col risultato a volte di far sparire la patina. E con l’aggravante della tossicità per gli operatori. Il caso ha voluto che uno dei patron americani, che sostengono finanziariamente l’iniziativa, ci abbia proposto - ricorda Devreux - un prodotto usato per la rimozione di muschi infestanti nei campi di golf e tennis. Il biocida atossico è stato testato per l’impiego in restauro nel laboratorio di diagnostica guidato dal professor Ulderico Santamaria. Dopo di che è stato organizzato un cantiere pilota all’interno dell’area denominata “Fontana delle Cascatelle” che ha condotto a un progressivo abbandono dei prodotti chimici per l’utilizzo di oli essenziali diversi, fino alla realizzazione di un mix ad hoc. I primi risultati della sperimentazione mostrano che il miglior trattamento sembra essere quello ottenuto con Funori e olio essenziale di origano e timo.

Il restauro ancora in atto ha fatto ricorso a tutte quelle metodologie disponibili che si ispirano al principio del minimo intervento, della compatibilità e reversibilità. E anche per la pulitura delle superfici niente solventi, ma solo gel e polpa di carta. E qualche scoperta inattesa, come uno sbiancante per i denti che toglie l’annerimento delle superfici dovuto alla presenza di melanina, o l’uso di laser impiegati in campo medico per rimuovere la patina biologica.

Sistemi innovativi anche per intervenire sul patrimonio verde, dal filo d’erba alle siepi, ai fiori, ai viali di lecci, agli alberi d’alto fusto che vivono in un ambiente urbano, in forma obbligata. Piante antiche e nuovissime, arrivate come doni al papa, precisa Vincenzo Soldano direttore dei Giardini. Sono cresciute su terra di riporto e hanno i problemi di tutti i giardini, sono attaccate da insetti antichi ben noti come i ragnetti rossi, le cocciniglie, gli acari. E nuovi come il punteruolo rosso delle palme. Nei Giardini ci sono 33 palme d’alto fusto (trattate dieci volte l’anno, più un’endoterapia a ini e a fine stagione), e insetti nuovissimi e pericolosi come la “paysandisia” che viene dalla Cina. Per combatterli si ricorre alle trappole ai feromoni, ma si è scoperto che alcuni insetti predatori possono essere utilizzati per eliminarne altri. C’è anche chi li produce come la Bioplanet di Cesena.

Forse non molti sanno che il più piccolo stato del mondo, la Città del Vaticano con i suoi 44 ettari di superficie, è occupato per circa la metà della sua ampiezza dal verde. Giardini realizzati nell’arco di almeno otto secoli su terreni caratterizzati da notevoli dislivelli, scrive nella “Guida Generale alla Città del Vaticano” Alberta Campitelli tracciando il profilo storico dei Giardini Vaticani, luogo di delizia e si riposo, di meditazione spirituale a contatto con la natura. Passeggiare lungo i Giardini Vaticani è ripercorrere la storia raccontata da alberi, siepi, fiori, fontane, sculture ed edifici che testimoniano il gusto dei diversi pontefici nel corso dei secoli. Quello che vediamo oggi è frutto delle trasformazioni, delle aggiunte connesse al mutare del gusto nell’arte dei giardini, ma anche e soprattutto della volontà dei singoli pontefici che hanno impresso il loro stile, modificandone il volto e l’aspetto originario.

La storia dei Giardini Vaticani, racconta Alessandra Rodolfo, inizia con papa Niccolò III Orsini (1277-1280), uomo di grande cultura ed esperto di piante medicinali, che impiantò su una delle alture del Colle Vaticano un “viridarium”, un tipico giardino medievale cinto da mura, un “hortus conclusus”, che si ritiene sia stato il primo orto botanico d’Italia. Era dedicato alla coltivazione dei “semplici”, le erbe medicinali, ma vi erano anche agrumi e piante ornamentali. Un giardino che s’ingrandisce con Donato Bramante che al servizio di Giulio II Della Rovere realizza lo spettacolare cortile del Belvedere, mentre Pirro Ligorio per Pio IV Medici progetta un padiglione da giardino a lui dedicato, la Casina di Pio IV definita da Burckhardt “il più bel ritiro immaginabile di un pomeriggio estivo”. Dai documenti risulta che vi erano 470 varietà di fiori e piante fra cui alcune provenienti dalle Americhe. Nel Seicento papa Paolo V Borghese riattiva l’acquedotto di Traiano e crea giochi d’acqua, fontane, antri, spalliere di agrumi, orti, alberi da frutta, aiuole di fiori, di cui racconta incantato nel 1640 il botanico inglese John Evelyn. Con l’invasione francese i giardini subiscono danni gravissimi. Riprendono a vivere con Gregorio XVI Cappellari che ridisegna il giardino segreto di Paolo III Farnese, impiantando serre e esponendo nel bosco sculture e marmi secondo la moda del tempo. Così sotto il bosco di lecci, chiamato “macchia ossia giardini all’inglese” viene posto un “tempietto costruito in ruina”, un “pastiche” creato con pezzi provenienti da monumenti diversi. Ma nel ’29, con il Concordato, su progetto dell’architetto Giuseppe Momo affiancato dal botanico Giovanni Nicolini, il territorio dello Stato viene radicalmente ripensato. Così come i Giardini, che in quattro anni assumono la fisionomia che oggi vediamo. Anche se cambiano continuamente a seguito di doni ai pontefici, di monumenti mariani, di sculture e elementi d’arredo. In tutto sono state schedate 570 opere.