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Nell’esposizione “Curiose riflessioni” l’affascinante rapporto fra arte e scienza di Jean–François Niceron

Laura Gigliotti

In linea con la politica di valorizzazione delle opere conservate nei depositi condotta fin dall’inizio della sua gestione da Flaminia Gennari Santori, Palazzo Barberini presenta fino al 10 giugno 2018 una piccola preziosa mostra dedicata a un tema insolito e affascinante, il rapporto fra arte e scienza. Non a caso il programma di divulgazione didattica e scientifica del 2018 riguarda i rapporti fra arte, geometria e matematica e a maggio la Galleria ospiterà un convegno sullo stesso tema. L’esposizione “Curiose riflessioni. Jean – François Niceron, le anamorfosi e la magia delle immagini”, a cura di Maurizia Cicconi e Michele Di Monte, è incentrata su quattro dipinti dell’artista, datati 1635 circa, raramente esposti al pubblico anche per le difficoltà pratiche legate alla possibilità di essere visti come si deve. Non si tratta infatti di quadri comuni, ma di “anamorfosi” (letteralmente “riformazione della forma”), ovvero di quadri che giocano sull’illusione ottica. L’immagine che a occhio nudo appare distorta e illeggibile, diventa comprensibile solo ponendosi in un unico e ben preciso punto di osservazione, oppure tramite un apposito strumento simile a un cannocchiale, che attraverso l’uso di lenti, ne restituisce la giusta lettura, o se riflessa su una superficie a specchio. I quattro dipinti di Niceron in mostra, tutti a olio su tela, rappresentano altrettanti ritratti. Nel ”Ritratto del re Luigi XIII” il Borbone è rappresentato a mezzo busto, nel “Ritratto del re Luigi XIII davanti al crocifisso” il re indossa la corona e la cappa con i gigli di Francia, lo stemma è circondato dalla catena dell’Ordine di San Giacomo. L’iconografia di “San Francesco di Paola” è derivata forse da un’opera di Simon Vouet con il quale Niceron ebbe rapporti molto intensi. Lo definiva un’autorità nell’applicazione della regola dell’ottica in pittura ed è proprio Vouet a disegnare il frontespizio del trattato “Thaumaturgus opticus, di cui è in mostra una copia, in cui si vede in quanti modi si guarda un dipinto anamorfico. Infine “Coppia di amanti”, una scena galante molto osé per un frate tanto da far supporre che non sia di Niceron. Anche se è noto che i soggetti profani si riallacciano alla tradizione cinquecentesca che utilizzava le anamorfosi per nascondere rappresentazioni a sfondo erotico. Sono tutti realizzati secondo il sistema della “Anamorfosi catottrica” o cilindrica. L’immagine che appare deformata e incomprensibile sul piano della superficie pittorica, si ricompone in maniera leggibile solo guardandola riflessa sulla curva di un cilindro lucidato a specchio. I quattro dipinti vennero acquisti sul mercato nel 1936 dal Ministero dell’Educazione Nazionale (la provenienza è ignota) e assegnati alla Galleria di Palazzo Barberini che vanta una consolidata tradizione di studi scientifici se è vero che nell’inventario del 1627 sono citati due dipinti anamorfici dono di Bernardino Spada, il cardinale cui si deve la finta prospettiva di Borromini a Palazzo Spada Capodiferro. La Roma dei Barberini, la Firenze dei granduchi, e Parigi erano i centri di studi e di ricerca scientifica più importanti del tempo, ricorda Maurizia Cicconi. Jean-François Niceron, matematico e teologo francese, è fra i protagonisti di questa stagione in cui si parla di arte e scienza. Nato a Parigi nel 1613, morto giovanissimo a 33 anni, era entrato nell’ordine dei Minimi di San Francesco di Paola frequentando il più prestigioso convento di Parigi a Place Royale oggi Place des Vosge, fondato da Maria de’ Medici protettrice dei Minimi. Che con i gesuiti rappresentano nel Seicento il punto più alto della ricerca teologica, sofica e scientifica. Tra il ’39 e il’40 Niceron soggiorna due volte a Roma insegnando matematica nel Collegio dei Minimi di Trinità dei Monti, la roccaforte politica e diplomatica della monarchia francese anch’esso centro di ricerca e di studi scientifici. Il padre superiore è Emmanuel Maignan uno specialista di gnomonica. I due artisti attorno al 1642 realizzano due eccezionali affreschi anamorfici di una ventina di metri lungo i corridoi del convento. Quello che ha conservato la maggiore leggibilità è di Maignan. Guardandolo di fronte, secondo la prospettiva di Leon Battista Alberti, si vede San Francesco di Paola in preghiera, mentre se ci si sposta lateralmente, appare il miracoloso transito del santo dalle coste calabresi a quelle siciliane. Il dipinto di Niceron “San Giovanni a Patmos” intitolato dall’artista “L’apocalisse dell’ottica”, imbiancato durante l’occupazione francese e molto rovinato, rappresenta Giovanni mentre scrive l’Apocalisse, ma guardandolo da un altro punto di vista si vede un paesaggio che ricorda Patmos. Ma oltre questo tipo di visione diretta di anamorfosi tracciata su una parete, ve n’è un altro indiretto. Si vede l’immagine attraverso la superficie riflettente di uno specchio deformato, curvo, cilindrico o conico. Nel 1638 prima di partire per Roma Niceron pubblica il trattato “La Perspective curieuse, magie artificielle des effets merveilleux par la vision directe”, poi ripubblicato in edizione estesa e tradotto in latino nel ’46 col titolo “Thaumaturgus opticus” e ristampato in francese nel 1652. Lo scopo, scrive, è ”occuparsi delle gentilezze della prospettiva curiosa, le quali, come hanno divertito lui e distrattolo dalla serietà degli sudi teologici, potranno non essere sgradevoli ai curiosi”. In mostra anche il ritratto di Niceron realizzato da Michel Lasne, allievo di Rubens e van Dyck, incisore ufficiale di Luigi XIII, conservato all’Istituto Centrale della Grafica, l’unica immagine ufficiale del giovane frate preso di tre quarti, ascetico, accanto a un tavolo, sorregge una tavola incisa indicata da un compasso. Il drappo alle spalle è sollevato per mostrare il convento di Trinità dei Monti. E un prestito della Biblioteca Hertziana, il trattato “Perspective curieuse”, Parigi 1638, diviso in quattro libri, scritto in francese, mentre dalla Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele di Roma viene la versione latina del primo trattato prospettico e dal Museo Galileo di Storia e Scienza di Firenze il facsimile dell’anamorfosi diottrica ideata e costruita da Niceron verso il 1642. Il gioco ottico è formato da un quadro a olio su tavola fissato in verticale su una tavola in piano. Sulla tavola c’è anche il supporto per il cannocchiale. La tavola ritrae una serie di teste di turchi, ma guardando attraverso un tubo con una lente prismatiche compare il ritratto del Granduca di Toscana Ferdinando II de Medici. Insieme alla versione digitale dei testi, tavole, disegni e diagrammi, esposto un utile elenco di tutti i luoghi delle anamorfosi a Roma. Oltre quelli citati la Scala Regia di Bernini in Vaticano e la Casa Professa del Gesù. L’anamorfosi ha grande fortuna nel Seicento, congeniale com’è all’estetica dell’illusione, dell’ossimoro, del paradosso, ma già nel Cinquecento vi sono esempi di giochi ottici. E Michele Di Monte porta ad esempio il doppio ritratto degli “Ambasciatori” di Holbein conservato a Londra alla National Gallery. “In verità, tutto l’artificio e la bellezza della pittura risiedono nell’inganno”, scriveva Niceron nel suo trattato. Qualcosa che si apparenta all’illusionismo prospettico barocco. Si pensi alla cupola e alla volta con la gloria di Sant’Ignazio, opera del gesuita Andrea Pozzo, supremo maestro dell’illusione e mago dei cieli sfondati. Uno spazio architettonico dilatato, una fuga di personaggi, colonne, cornici, decorazioni architettoniche che salgono vertiginosamente verso il cielo e che bisogna guardare fermandosi in un punto preciso, indicato dall’autore stesso. Al di fuori di quel punto d’osservazione tutto appare deformato. Volutamente per “svelare l’inganno visivo - ossia la caducità e l’apparenza della vita reale - per ricordare che l’unica verità che non si deforma è la fede cristiana”. E’ l’artificio della prospettiva, realizzato secondo le regole dell’ottica e della matematica, indagato dai colti gesuiti nel collegio romano. Palazzo Barberini, via delle Quattro Fontane, 13 Roma. Orario: martedì - domenica ore 8.30 – 19.00, fino al 10 giugno 2018. Informazioni: tel. 06 – 4824184 e www.barberinicorsini.org