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Musia, apre a Roma un nuovo spazio per l’arte contemporanea

Laura Gigliotti

Foto: Leoncillo (Leoncillo Leonardi) Rovine di Terni 1954 Terracotta policroma smaltata, cm 63 x 145 x 8 Collezione Ovidio Jacorossi, Roma Crediti fotografici: Giorgio Benni, Giulio Benni

 

Aperto a Roma un nuovo spazio per l’arte contemporanea, “Musia”, voluto da Ovidio Jacorossi, imprenditore e collezionista d’arte fin dagli anni del liceo. Ottantatré anni vissuti con la passione dell’arte intesa come creatività e il desiderio di farla conoscere agli altri nella sua città, anzi nella sua casa a Via dei Chiavari, il cuore della Roma più autentica a un passo da piazza Navona e il Tevere. Circa mille metri quadrati (costo della ristrutturazione un milione e mezzo di euro), nati dalla stratificazione di epoche diverse che vanno dall’età romana, l’antico Teatro di Pompeo, al Rinascimento, agli anni Trenta. E su tre livelli che hanno consentito di affiancare alle attività espositive altre di tipo commerciale e d’intrattenimento. Così lo spazio sotterraneo, oltre un’esposizione di dipinti, ospita una video installazione “Il Teatro di Pompeo” (un dramma per quattro stanze e nove schermi) realizzata per l’occasione da Studio Azzurro.

“Non so da dove cominciare, è lo spazio della mia vita”, dice, e non nasconde un po’ di emozione per un’idea che viene da lontano, per un sogno realizzato. “Un piacere per me e anche per questa città che non è nel periodo migliore”. E chiarisce il suo pensiero parlando di esperienza personale e imprenditoriale, facendo un parallelo fra arte contemporanea e impresa. “L’arte contemporanea sollecita la creatività delle persone”. Come per l’arte anche per l’impresa vale il principio della creatività che è innovazione e quindi capacità competitiva. Con l’uomo sempre al centro, protagonista. E racconta come ha iniziato, merito anche del compagno di banco Gatti. La prima opera, non aveva nemmeno vent’anni un quadro di Riccardo Francalancia con un grande prato che gli ricordava la campagna di Amatrice dove andava con la famiglia tutte le estati. E racconta che quando comprò negli anni Ottanta il bellissimo “Autotitratto Tricolore” di Giacomo Balla del ’27 non aveva la cornice. Che è così asimmetrica e variopinta come i mobili costruiti per la sua casa romana di via Oslavia. Jacorossi la trovò dal marchese Sprovieri, che aveva anche una galleria. “Ma non gli dissi che avevo il quadro, aumentava il prezzo”. E poi continua fino all’ultima opera comprata pochi giorni fa, una scultura di Angelo Biancini del ’64 “Madonna di Fatima”, posizionata in piena luce al centro del cortile di Baldassarre Peruzzi. E’ un fiume in piena, d’entusiasmo e ricordi il dottor Jacorossi. Il nonno parte nel ‘22 con una rivendita di carbone, il padre morto a 47 anni, tre figli minorenne, l’attività imprenditoriale legata alle fonti energetiche e ai servizi per l’ambiente, il successo e l’interesse per l’arte moderna e contemporanea. Quindi la cessione delle attività a un gruppo francese, ma le opere d’arte restano nella disponibilità di Ovidio Jacorossi (2500 opere, di cui 1500 destinate a mostre temporanee e le restanti 1000 in vendita), che ha come obiettivo diventare ultracentenario. Uno spazio polifunzionale che si presenta con una grande mostra “Dal simbolismo all’Astrazione” aperta fino al 18 marzo 2018, curata da Enrico Crispolti (catalogo De Luca Editore d’Arte).

E non a caso il professor Crispolti, raffinato storico e critico d’arte, chiamato a ordinare la prima di tre mostre, insieme con Giulia Tutino “conservatrice” della raccolta, scegliendo le opere raccoe da Jacorossi, parla di una “collezione d’impresa”, diversa da quella amatoriale in cui il collezionista cerca di avere tutto di quell’artista o di quel periodo che predilige. Qui sian di fronte a una raccolta non sistematica, più libera, nata occasione per occasione, invenzione per invenzione. L’artista gioca sul rischio inventivo, l’impresa sul gioco progettuale.

“Bisognava mettere insieme cose nate disorganicamente, cosa che può offrire delle sorprese, valorizzare personaggi importanti o non sufficientemente apprezzati pronti a qualche ripescaggio”. Alla prima che inaugura Musia, dedicata al primo Novecento, seguirà quella sul secondo Novecento e una terza tipologica costituita da quadri di enormi dimensioni. Un percorso cronologico per capire il secolo, filo conduttore Roma, gli artisti operanti nel territorio e la Scuola Romana. La peculiarità aver raccolto un materiale che possa ripercorrere la storia dell’arte nel territorio romano anche se non in modo esaustivo. Ogni sala un decennio scandito attraverso gli artisti più rappresentativi. Inizia con “La fidanzata” di Armando Spadini di fronte “Il concerto” di Adolfo De Carolis per chiudere con Leoncillo “Rovine di Terni”, una terracotta policroma smaltata del ’54. Si va dal Simbolismo del primo decennio con Bargellini, Spadini, Ferrari, Cambellotti, Melli agli anni Quaranta, Cinquanta con Mafai, Cagli, Mirko, Colla, Rotella.

Almeno vent’anni, pastoie burocratiche permettendo, per realizzare il progetto, allestire un vero e proprio museo aperto al pubblico. L’architetto Carlo Jacoponi ha dato una nuova identità a spazi che erano cortili interni confinanti col Palazzo Piombino coperti negli anni Trenta e all’edificio cinquecentesco comunemente attribuito a Baldassarre Peruzzi e dimora di Cassiano Dal Pozzo che qui conservava le sue collezioni. Recuperando anche degli ambienti a volta interrati che in passato erano utilizzati come depositi. Lo spazio si articola su tre livelli, in cui antico e moderno convivono senza confondersi. E due ingressi, i numeri 7 e 9, che conducono sia alla Galleria espositiva, un lungo ambiente voltato con un elegante cortile, che alla galleria dedicata ai gioielli d’artista e alla vendita di opere d’arte.

Via dei Chiavari 7/9 Roma. Orario: dal martedì al sabato ore 12 – 23, domenica ore 10-16, lunedì chiuso. La mostra è aperta fino al 28 febbraio 2018. Informazioni tel. 06-50777351 e www.musia.it