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Musei Vaticani, i Sarcofagi Egizi alla luce delle nuove ricerche scientifiche

Laura Gigliotti

Foto:Sarcofago di Djedmut Part. interno della cassa Inv. 25008 Museo Gregoriano Egizio Musei Vaticani © Musei Vaticani

I Musei Vaticani organizzano, nell’ambito del “Vatican Coffin Project” (VCP), dal 6 al 9 giugno, il secondo “Vatican Coffin Conference”. Un convegno che vede riunita una schiera di studiosi della cultura dell’antico Egitto, di specialisti in varie discipline, storici dell’arte, egittologi, restauratori di fama mondiale, per approfondire alla luce dei nuovi strumenti d’indagine le conoscenze sui sarcofagi, oggetti dal ricco apparato simbolico.

Il Laboratorio di diagnostica dei Vaticani è capofila nella ricerca scientifica al fine di valutare i materiali migliori per la conservazione di un’opera così complessa. Occorre conoscere il supporto ligneo, lo strato preparatorio e quello pittorico, e poi bisogna capire la tecnica costruttiva, se è stato riutilizzato e studiare il significato delle decorazioni. Ai consueti esami diagnostici, si sono aggiunti altri ad alta definizione. In particolare quattro sarcofagi vaticani, essendo molto grandi, sono stati trasferiti all’Università di Messina e sottoposti alla Tac che permette la lettura stratigrafica, isolando il supporto e separandolo dalla pittura. Viene impiegata per il legno anche un’altra tecnica diagnostica, utilizzata per i materiali lapidei, che dà immagini che permettono di studiare la morfologia della superfici della tavola. Si possono vedere i segni di carpenteria, di scalpello.  

L’idea di questi incontri nasce una decina d’anni fa nel Reparto Antichità Egizie e del Vicino Oriente diretto da Alessia Amenta in collaborazione col Laboratorio di Diagnostica per la Conservazione e il Restauro guidato dal professor Ulderico Santamaria. E sono loro ad illustrare in anteprima nella sala conferenze dei Vaticani i temi del convegno e i risultati delle ultime ricerche. Il progetto si riferisce in particolare ai sarcofagi in legno dipinti conservati in Vaticano. Dopo la scoperta della stele di Rosetta e subito dopo la sua decifrazione da parte di Champollion che svelava al mondo il significato dei geroglifici egizi, inizia da parte degli stati europei l’invio di emissari in Egitto per procurarsi le mummie. L’Ottocento è il secolo della formazione delle grandi collezioni a Parigi, come a Berlino, a Torino e in Vaticano dove il primo sarcofago giunge nel 1839, regnante Papa Gregorio XVI (Cappellari). Sono 25 i sarcofagi vaticani, datati al Terzo Periodo Intermedio (XXI – XXVI dinastia), tutti provengono da Tebe Ovest e presentano caratteristiche simili sia dal punto di vista storico – artistico, che per quanto riguarda gli aspetti tecnici e le vicende conservative. L’intenzione è quella di estendere la ricerca anche ad altri periodi, così come la possibilità di allargare il discorso, mettendo a confronto i sarcofagi vaticani con quelli del Louvre di Parigi, per esempio, e di altri musei.

L’approfondimento scientifico ha assunto infatti una dimensione internazionale. Al progetto, oltre al Louvre, partecipano il Rijkmuseum van Oudheden di Leiden, il Museo Egizio di Torino, il Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale, il Centre de Recherches de Restauration des Musées de France e Xylodata di Parigi. Kathlyn M. Cooney (UCLA University Los Angeles) collabora al progetto per lo studio del riutilizzo dei sarcofagi della XXI dinastia.

Lo studio dei sarcofagi porta con sé la trasmissione di molti valori. Il sarcofago è l’oggetto più importante del corredo funerario, con la sua simbologia assicura la trasformazione in essere divino. E’ “il libro che racconta come l’uomo si assicurava l’aldilà”. Noi, dice Amenta, cerchiamo di capire come si operava in quel tempo, qualino le conoscenze degli egizi nelle varie dinastie, anche se qui si approfondisce un periodo preciso. Il sarcofago che racchiude l mummia viene scandagliato in rutti i suoi aspetti, il coperchio rappresenta il cielo, la cassa la terra e si studia la decorazione per arrivare alla datazione. Era di legno di acacia o di sicomoro, materiale prezioso che veniva dal Centro Africa e i chiodi di legno di tamerice, più duro. Anche i pigmenti per la decorazioni venivano da lontano. Si tratta della più antica pittura su tavola dell’arte occidentale e quando Cellino Cellini diceva che Giotto dipingeva impiegando le tecniche degli egiziani, affermava il vero, precisa la dottoressa Amenta. Il legno era una sostanza pregiata dall’alto valore economico allora, tanto che il sarcofago veniva riutilizzato scalpellando il nome del defunto e ridipinto. E’ il caso del sarcofago di Butehamon del Museo di Torino, restaurato ai Vaticani da Giovanna Prestipino. Proprio questo scriba regio che aveva il compito di vigilare nella Valle dei Re perché i sarcofagi non venissero reimpiegati ha utilizzato elementi di più sarcofagi antichi per assemblare il suo.

“Fra i pigmenti tramandati dalla storia c’è il “blu egizio”, detto il blu dei faraoni. E’ prodotto da scarti di metalli mescolati a sabbia, calcare e natron (carbonato di sodio). Messi in cottura per 24/48 ore si forma una sostanza cristallina blu/azzurro, il “blu egizio”, spiega il professor Santamaria. Un pigmento che solo gli egizi utilizzano, ma che di trova nella “Tomba dei demoni azzurri” di Tarquinia appena restaurata. Gli etruschi lo importavano?

Studiando i materiali si capisce cosa gli egizi erano in grado di fare, anche se moltissimo resta ancora da scoprire. C’erano degli atelier? E dove erano? Come erano organizzati? Chi sceglieva le scene da rappresentare? “Ci piace pensare che ci fossero delle officine simili alle botteghe medievali con un capomastro che faceva le cose più importanti e apprendisti per le altre”, confessa Amenta. In alcuni sarcofagi sono state individuate due mani, una ha dipinto il lato destro, l’altra il sinistro. Doveva esserci un’organizzazione del lavoro in sequenza, lasciando per ultima la testa del defunto, la cosa più importante.

Tra gli obiettivi principali del convegno strutturato in tre sezioni (egittologia, restauro e conservazione, analisi scientifiche), lo studio delle tecniche esecutive e dei materiali, l’identificazione delle diverse officine di fabbricazione e lavorazione, la creazione di un “database” a disposizione della comunità scientifica e la definizione di un protocollo che stabilisca anche una terminologia comune e condivisa.

Dal 6 al 9 giugno ai Musei Vaticani