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A cura di Barbara Jatta, la neo direttrice dei Musei Vaticani

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La Biblioteca Apostolica e le arti nel secolo dei lumi (1700-1797)

Laura Gigliotti

E’ stato presentato nel Braccio Nuovo dei Musei Vaticani il quarto volume della storia della Biblioteca Apostolica Vaticana, nata con Papa Niccolò V alla metà del Quattrocento quando stabilisce che i codici latini, greci ed ebraici siano aperti alla consultazione e alla lettura degli eruditi. Sarà Papa Sisto V a incaricare Domenico Fontana di progettate una nuova sede più ampia e il grande Salone Sistino. Si tratta di una monumentale impresa editoriale avviata nel 2010 che terminerà nel 2022 con il settimo volume esteso fino alla contemporaneità. Un libro ogni due anni che offre un quadro accurato e leggibile del periodo trattato. L’ultimo volume è coordinato da Barbara Jatta (i precedenti da Antonio Manfredi, Massimo Ceresa e Claudia Montuschi), alla quale il prefetto delle Biblioteca monsignor Cesare Pasini, che guida tutta l’operazione, non lesina ringraziamenti e lodi per il lavoro svolto, impegnativo sia per l’ampiezza dell’opera che per il numero dei curatori. E in un momento in cui avveniva il suo passaggio dalla guida del Gabinetto della Grafica della Biblioteca alla direzione dei Musei Vaticani.

L’opera, una ventina di autori, oltre 500 pagine, un imponente corredo fotografico, un apparato sterminato di note, ha per oggetto il Settecento, un ritratto a tutto tondo di un secolo segnato da contrasti profondi, precisa Monsignor Jean Louis Bruguès, Bibliotecario di Santa Romana Chiesa, che si apre con l’esplosiva esuberanza delle arti, della musica, della filosofia, della lingua e si chiude nel segno tragico del cambiamento impresso dalla rivoluzione. Che abbatte “l’ancien régime” e travolge l’intera Europa e il mondo aprendo un capitolo radicalmente nuovo per la storia dell’umanità occidentale. E porta ad esempio un ritratto di Madame du Berry, amante di Luigi XV all’apice della bellezza, dello sfarzo e dell’influenza sulla corte, un’icona per lo stile che rappresenta, si direbbe oggi, che finisce decapitata in Place de la Concorde. Rappresenta il secolo che si apre nel fulgore dell’eleganza e si chiude nel sangue. Altro emblema del secolo Papa Pio VI Braschi, colto, intellettuale, bello e amante del bello a cui si deve la nascita dei musei, delle raccolte più ricche che il mondo conosca, che muore in prigione in Francia. E con lui, secondo i rivoluzionari, moriva l’ultimo papa, esponente di un mondo percepito come passato, superato. In questo incontro tra innovazione è tradizione è la cifra del secolo, ma forse la teologia non ha capito cosa aveva di fronte, mostrando un’intrinseca debolezza. La chiesa non ha saputo prevedere il dramma della rivoluzione, niente che potesse frenare l’avanzare del pensiero illuministico. La Biblioteca in questo marasma recepisce le novità settecentesche che trovano posto accanto alle raccolte storiche del Seicento, ma patisce le conseguenze della rivoluzione con le collezioni che raggiungono la Francia. La sfida tra tradizione e innovazione oggi si gioca nel segno della convivenza con le nuove tecnologie, perché la Biblioteca non è solo preposta a raccogliere e a conservare i documenti, ma anche a sperimentare le tecniche più moderne. Un’epoca che tramonta, un’altra che si affaccia e va incontro alla storia con la Biblioteca impegnata a coniugare il nuovo e l’antico, fedele a se stessa per trasmetterlo alle generazioni future.

Tra i relatori, molto atteso dal pubblico che affollava il capolavoro di Raffaele Stern, il professor Antonio Paolucci per nove anni a capo dei Musei del Papa. Che con il consueto eloquio denso e fascinoso passa in rassegna i tanti motivi che lo hanno indotto ad accettare l’invito. Fra questi gli amati vetri dorati, gli argenti, gli avori, nati in Biblioteca per la Biblioteca, affidati da papa Ganni Paolo II negli anni novanta alla direzione dei Musei. E il professor Paolucci entra nello specifico dei vari saggi. Da quello storico del professor Piazzoni “fatto come Dio comanda”, a quello di Mario Rosa sulla cultura del Settecento a Roma, a quello sulla stanza delle stampe del nuovo direttore dei Musei Barbara Jatta a cui non lesina elogi. Convinto che “la gestione, l’allestimento, il governo di un museo storico, e i Vaticani lo sono, sia una questione di scienza e di gusto”. Il Settecento, prosegue Paolucci, è un secolo infausto per la Chiesa, un secolo difficile in cui il cattolicesimo deve fare i conti con Voltaire e Rousseau, con l’illuminismo che vuole scalzare tutti gli assolutismi. E Paolucci non fa sconti al papato. La partita della Santa Sede si gioca fra le corti di Parigi, Madrid, Vienna con papi di caratura piuttosto modesta, eccetto Papa Benedetto XIV Lambertini. E sconfitte e ripensamenti, come la controversia dei riti nella Cina di Matteo Ricci o le “reductiones” gesuite in Paraguay, con conseguenze che si pagano ancora oggi. Fino al punto più basso quando Clemente XIV Ganganelli, debole e disarmato, nel 1773 firma la soppressione dei Gesuiti. Seguono altre sconfitte, il Trattato di Tolentino nel 1798, la Repubblica Romana e la fine dell’antico regime.

Eppure nel Settecento Roma vive un periodo di effervescente cultura. E’ il secolo di Winkelmann, di Mengs, di Goethe, di Angelika Kauffmann, dei Visconti che allestiscono il Museo Clementino, la collezione d’arte antica più bella, mai vista prima. E del giovane Canova, delle Antichità Romane di Piranesi, della sensibilità già romantica per le rovine. Per Piranesi “il tempo accarezza, consuma, trasfigura i marmi dell’antichità”. E in questa sensibilità la Biblioteca Vaticana gioca un ruolo importante. Se si andava a Firenze per gli Uffizi, a Venezia per vedere Tiziano e Veronese, a Roma si veniva per vedere il Laocoonte, Raffaello (non Michelangelo che non piaceva nel Settecento) e i visitatori colti come Charles De Brosses andavano nella Biblioteca Vaticana. Che allora non era come oggi, ma una “wunderkammer” in cui accanto ai libri che parlavano di vetri dorati, argenti, avori, c’erano le opere, un assetto che durava da secoli.

Al Settecento risale anche il Museo Cristiano che sta tutto nell’iscrizione latina che lo sovrasta “Ad augendum urbis splendorem et asserendam religionis veritatem”, posta sotto lo stemma di Benedetto XIV. Lapidi, iscrizioni, opere servono a certificare la storicità dei culti. Per contestare i seguaci di Voltaire ci vogliono i documenti che vengono studiati con rigore scientifico. Il Museo voluto da Papa Lambertini è la risposta ai suoi tempi.

Da ricordare anche il Museo Profano, voluto da Papa Clemente XIII Rezzonico. Marmi preziosi, affreschi allegorici e didattici che celebrano la filologia, l’archeologia, l’archivistica. E i mirabili armadi disegnati da Valadier, espressione dello spirito del collezionismo illuminista, restaurati recentemente come i materiali che contengono. Il rispecchiamento fra l’ultimo grazioso rococò e il neoclassicismo.

Poi c’è la Galleria Lapidaria che a cavallo fra Sette e Ottocento viene costruita nei palazzi apostolici come “summa” dei ritrovamenti epigrafici frutto delle campagne di scavo settecentesche. Pareti ricoperte di lapidi e in alto le scritte in latino, allestite nel Settecento da Gaetano Marini. La politica, la storia, i culti, la famiglia, le memorie funebri degli “equites singulares” (la caserma dove ora è San Giovanni in Laterano). Si dirà che spesso è chiusa, ma come diceva Montaigne nel 1587, regnante Papa Gregorio XIII Boncompagni, l’accesso alla Biblioteca è “questione di aderenze giuste”, ricorda ironicamente il professor Paolucci.

Altre parti invece non ci sono più, è il caso del Gabinetto delle stampe con gli affreschi di Bernardino Nocchi, creato da Papa Braschi e distrutto per far posto al Braccio Nuovo. Della nascita del Gabinetto delle stampe e della creazione delle collezioni grafiche della Vaticana scrive ampiamente Barbara Jatta che riceve, molto emozionata, gli elogi dei presenti. Le stampe sono molto importanti nel Settecento, tanto che l’abate Luigi Lanzi lo definiva il secolo del rame. Le stampe hanno il ruolo che oggi ha la fotografia e le incisioni “d’après” essenziali nell’educazione estetica. Si produce una grande quantità di stampe e si moltiplicano i libri che ne trattano. Famiglie gentilizie e prelati fanno a gara nel collezionarle sciolte o contenute in cartelle, mentre in Biblioteca entrano raccolte di grafica, trattati e libri sull’argomento. Nel Cinquecento nascono in Italia le prime stamperie e nel secolo successivo nello Stato Pontificio viene fondata la Tipografia Vaticana.

 

La Biblioteca Vaticana e le Arti nel secolo dei Lumi (1700 – 1797) a cura di Barbara Jatta

Biblioteca Apostolica Vaticana, pagg. 510 € 120, 4° volume