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In 100 opere, l’universo incontaminato di un artista a metà ‘800: Filippo Palizzi

Laura Gigliotti

Filippo Palizzi, Due cani levrieri razza inglese, 1851

 

La mostra dedicata a Filippo Palizzi (1818 – 1899), aperta alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea fino al 28 gennaio, nasce da una donazione del 1892. Alla richiesta di un quadro da parte del Consiglio Superiore delle Belle Arti, Palizzi rispose con trecento dei suoi studi, utilizzando la cifra che gli era stata offerta per acquistare le cornici. La mostra presenta una selezione di un centinaio di opere fra dipinti e studi, alcuni non finiti, che vanno dal 1840 agli anni ’80, esemplificativi dello stile del pittore e delle diverse tematiche trattate. Opere che prima di essere esposte sono state controllate e se necessario restaurate, come si può vedere nel video che racconta per immagini il prima e il dopo restauro e tutti i passaggi.

La Galleria Nazionale, nata nel 1883 per rappresentare l’arte nazionale, non aveva una collezione propria che si andava formando con acquisti alle esposizioni nazionali e con i doni degli artisti, né una propria sede. Tanto che le opere di Palizzi vennero provvisoriamente esposte in due sale del Palazzo delle Esposizioni (progettato da Pio Piacentini e inaugurato nel 1883), e solo nel 1915 raggiunsero la Galleria Nazionale, ovvero il Padiglione delle Belle Arti costruito da Cesare Bazzani a Valle Giulia per l’Esposizione Internazionale per i cinquant’anni dell’Unità d’Italia. Allora la donazione, definita “collezione di quadretti di paesaggio, animali e soggetti diversi”, fu collocata nella sala IV, contigua alla Sala Morelli. La prima guida illustrata del 1923 riportava in bianco e nero uno dei dipinti più noti dell’artista “I due amici”.

Abruzzese per nascita, napoletano d’adozione, artista come i fratelli Francesco Paolo e Giuseppe trasferito in Francia, Filippo viaggia molto in Italia e all’estero. E’ a Firenze, in Basilicata alla ricerca dei costumi delle popolazioni rurali, in Moldavia, a Parigi, nei Paesi Bassi. Un andare che è conoscere, sperimentare, rimandare echi dei suoi incontri, della scuola di Posillipo, della “macchia”, della scuola di Barbizon, della pittura nordica. Le sue opere mostrano un marcato interesse per la natura, il paesaggio, la figura, gli animali. Molto importante per gli studi di flora e di fauna il viaggio a Parigi nel 1855 per l’Esposizione Universale, seguito da una tappa nei Paesi Bassi che si avvertirà nei suoi dipinti d’interno in cui domina la dialettica luce-ombra e “la precisione ottica di stampo nordico si mescola ad ascendenze caravaggesche”. A Firenze, dove espone nello studio di Saverio Altamura, incontra vari artisti fra cui Giovanni Fattori e s’interessa alla pittura dei macchiaioli. Torna a Parigi nel ’63 per realizzare una serie di studi di animali per la grande tela “Dopo il Diluvio”, conservata al Museo di Capodimonte e presentata all’Esposizione Universale a Parigi tre anni dopo, che gli valse la medaglia d’oro. Di quel dipinto di forte impatto drammatico, considerato il suo capolavoro, la Galleria conserva ed è in mostra lo studio preparatorio di dimensioni minori, senza alcun animale, con un paesaggio surreale e fantastico.

Borsista alla Fondazione Roberto Longhi, con una vasta esperienza internazionale fra Francia e Germania, la curatrice Chiara Stefani riporta sulla scena un pittore dedito totalmente all’arte. “Vorrei rinascere per ricominciare”, scriveva Palizzi nella pagina dipinta con dedica della donazione del suo atelier. Le opere sono esposte in quattro sale dei cosiddetti “Soppalchi Aldrovandi” seguendo un ordine non strettamente cronologico, ma con approfondimenti tematici. Accanto ad ogni quadro non la didascalia, ma i titoli dati dall’artista che firma e racconta idipinto, la scena, i personaggi. Quando manca la data, tra parentesi quadra ’è quella che scrisse nel documento di donazione, affidata ai ricordi e pertanto non sempre veritiera. In un ballatoio di raccordo fra le sale, illuminato da grandi finestroni, sono esposte le foto dei precedenti allestimenti di Palma Bucarelli nel 1950 e di Dario Durbé nel 1966.

Molti anni sono passati da allora e appare quanto mai opportuno riproporre un artista importante e dimenticato che in mostra è rappresentato in un busto in bronzo scolpito nel 1895 da Achille D’Orsi. Le sue opere sono conservate in parte a Vasto sua città natale e in parte al Museo Industriale di Napoli di cui fu direttore. Il primo quadro è una “Veduta de La Valletta dal forte Emanuele” [1843] dipinto alla maniera del chiarismo della Scuola di Posillipo, di Marcello Gigante, l’ultimo quadro “Le rose della mia terrazza” [1881], la sua casa a via Cupa a Chiaia. Ma l’ultima opera in assoluto è una ceramica rettangolare dipinta nel 1885 “Alcioni in volo”. L’unico pezzo in ceramica della Galleria, espressione del suo interesse negli anni tardi per la decorazione e la sperimentazione di altri materiali e tecniche. Come l’incisione all’acquaforte, l’eliotipia, le stampe fotografiche.

In mezzo una serie di dipinti di paesaggio e di figura, di animali e di storia, con grande attenzione ai particolari, ai sassolini, all’acqua, al verde. Fra questi il bellissimo “Paesaggio dopo la pioggia, uno stagno d’acqua torbida (Cava)” del 1864. Una vista di grande finezza pittorica. Sull’acqua si riflette la figura di una giovane appoggiata a un albero, mentre un’altra di spalle osserva incantata la bellezza della natura, i monti azzurrini in lontananza, gli animali al pascolo. Dovrebbe essere Cava de’ Tirreni, citata in molti quadri, il luogo in cui l’artista si trasferiva d’estate tornando a Napoli carico di studi di natura, animali e piante.

Una caratteristica di Filippo Palizzi sono le immagini di fanciulle che si stagliano sullo sfondo del cielo azzurro. Come “Filomena contadina che contempla in vetta a un ciglione”, o “Filomena contadina che spia dietro un muro”, entrambe del 1864. Giovani colte sulla porta nel contrasto tra la luce dell’esterno e l’oscurità dell’interno, come “Contadina con fascio d’erba all’ingresso d’una porta dipinta a Cava de’ Tirreni presso Salerno” 1854. O figurine che appena si scorgono nascoste come sono all’ombra degli alberi, una nota sapiente di pittura di paesaggio alla francese. E poi ci sono gli studi degli animali osservati, indagati e ritratti come persone. Non solo gli amati cani, i pastori e i levrieri, ma anche i buoi, i vitelli e tutte le specie più varie che affollano l’Arca. E la pittura di storia, i bozzetti per grandi quadri, i granatieri a cavallo. Probabilmente preceduto da studi è anche il grande dipinto storico “Ettore Fieramosca” del 1856 ispirato al romanzo di Massimo d’Azeglio pubblicato nel 1833. A chiudere in bellezza l’immagine della luna, un’immagine mitica, di sapore metafisico. “Luna mancante avanti l’alba” del 1871. Una luna che appare e scompare nel cielo punteggiato di stelle, molto moderna.

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea –Viale delle Belle Arti, 131 Roma – Orario 8.30 – 19.30, lunedì chiuso, fino al 28 gennaio ’18. Informazioni: tel. 06-32298221