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Il Teatro dell’Opera di Roma sulla frontiera dell’arte Da Picasso a Kentridge (1880 – 2017)

Laura Gigliotti

Il Teatro dell’Opera di Roma si racconta in “Artisti all’Opera”, una mostra spettacolare, e non potrebbe essere altrimenti, che presenta scene, costumi, bozzetti, sipari, figurini. E maquette di Giacomo Manzù per “Oedipus Rex” di Stravinskij del ’64, di Visconti – Sanjust per le “Nozze di Figaro” del ’65, di Arnaldo Pomodoro per “Semiramide” dell’82. E tutto quello che ruota attorno alla produzione di uno spettacolo lirico. Che è per eccellenza un’opera d’arte totale, la cui realizzazione è frutto dell’azione concorde di artisti e maestranze, di personaggi di seconda file e di prime donne. Ospitata nelle sale di Palazzo Braschi fino all’11 marzo 2018, è stata promossa dalla Sovrintendenza capitolina ai beni culturali di Roma capitale, dalla Fondazione Teatro dell’Opera, in collaborazione con la Cineteca di Bologna e curata da Gian Luca Farinelli con Antonio Bigini e Rosaria Gioia (catalogo Electa).

“Il Teatro dell’Opera di Roma sulla frontiera dell’arte da Picasso a Kentridge 1880 -2018” è il sottotitolo della rassegna a significare il collegamento costante, fin dalle origini, con i più grandi artisti del Novecento, non solo italiani anche se in assoluta maggioranza. E di personalità impegnate nel teatro, nel cinema, nella moda. Ferretti, Centinaro, Ungaro, Visconti, Zeffirelli. Un rapporto cercato e trovato con l’arte figurativa, a cui ha fatto riscontro la sapienza della trasposizione dallo schizzo, dal disegno, dal progetto all’allestimento dello spettacolo. Ma è possibile tradurre oltre un secolo di storia del teatro e di spettacoli, in una mostra? Una risposta affermativa visti i risultati. E’ anzitutto la storia del Teatro Costanzi (dal nome dell’imprenditore edile Domenico Costanzi), indirizzato a un pubblico borghese. Progettato dall’architetto Achille Sfondrini, cupola affrescata da Annibale Brugnoli, costruito in soli 18 mesi, viene inaugurato nel 1880 con “Semiramide” di Rossini alla presenza di re Umberto I e della regina Margherita. Nel ’26 acquistato dal Governatorato di Roma diventa Teatro Reale dell’Opera e nel ’46 con la Repubblica, Teatro di Roma. Sempre espressione del mutare dei tempi e degli umori della città e luogo d’incontro di musicisti e artisti riuniti per creare qualcosa in comune che vive sulla scena per un periodo ben determinato. Ma all’effimero della rappresentazione teatrale ha fatto da contraltare, e non era scontato perché un teatro non è un museo, la capacità di conservare progetti, bozzetti, disegni, abiti, la parte più importante e duratura degli spettacoli prodotti. L’idea di un archivio storico nasce nel ’46 anche se viene realizzato solo nel 2001. Oggi nell’ex pastificio Pantanella si conservano oltre 60 mila costumi, 11 mila fra bozzetti e figurini e un numero imprecisato di scenografie. Un tesoro immenso, ordinato e catalogato da Francesco Reggiani, di cui una piccola parte viene oggi mostrata al pubblico. Scegliendo le creazioni più significative e mai esposte prima, fra cui il grande sipario per l’”Otello” di Rossini dipinto da Giorgio de Chirico nel 1964. Il Teatro dell’Opera scopre dunque i suoi tesori conservati a via dei Cerchi, deposito e laboratorio di tutto quello che viene realizzato per mettere in piedi uno spettacolo. L’arte performativa, di sua natura labile e fuggevole, lascia tracce a chi sa leggerle. E si scopre non solo ciò che appare sulla scena, ma anche il dietro le quinte, il non detto, tutto quello che serve perché il sipario si alzi.

La mostra, ordinata in senso cronologico, ripercorre 137 anni di memorie della musica a Roma. E dell’arte di fine Ottocento, Novecento e inizi 000, a cui è strettamente legata. Ma si comincia con le emozioni, con una sorta di gioco. Varcata la soglia ci si trova in un palcoscenico, con i suoi rumori misteriosi, luogo magico per definizione. Ma prima ancora un doveroso omaggio al fondatore, l’imprenditore Costanzi (e al figlio), che negli anni in cui Roma diventa Capitale d’Italia decide di creare in città un teatro lirico con vocazione moderna. Che si apre all’opera con prime assolute. Dopo “Cavalleria rusticana” nel ’90 dal successo travolgente che inaugura la stagione verista Di Mascagni, il compositore che fu anche un grande direttore d’orchestra e che ebbe col Teatro un rapporto costante e duraturo, saranno rappresentate altre cinque opere.

Il percorso si muove su un doppio binario, anzi triplice. I costumi di scena che costituiscono il punto focale della rappresentazione, con le loro forme sinuose, i loro colori sgargianti, i tessuti preziosi, gli inserti dorati e sulle pareti i disegni, i bozzetti, le maquette. Accompagnati e guidati per ventidue sale da una colonna sonora che è pura emozione, capolavori e interpreti prestigiosi.

La prima sala è dedicata a Mascagni, un busto, il manifesto bellissimo dell’Iris di Adolf Hohenstein del ’98. In scena il carretto siciliano donato dalla Regione nel cinquantenario della prima di Cavalleria. E poi i costumi degli anni dieci e trenta per “Aida” e “Simon Boccanegra”, “I maestri cantori di Norimberga” di Luigi Sapelli in arte Caramba, un innovatore, un maestro del teatro lirico e poi del cinema. Nel ’36, alla sua morte il Teatro dell’Opera diretto da Tullio Serafin acquistò a peso i suoi costumi. E di Mariano Fortuny, l’artista prediletto di d’Annunzio. E poi Puccini con “Tosca” rappresentata in prima assoluta al Costanzi nel 1900, scene e costumi di Hohenstein, presente in sala anche Gustav Mahler.

Giusto un secolo fa il Teatro Costanzi ospitava la compagnia dei “Ballets Russes” di Sergej Diaghilev, invitata dalla soprano e poi impresaria Emma Carelli, come già era avvenuto nell’11. La serata inaugurale si tenne il 9 aprile con l’ “Uccello di fuoco” diretto da Igor Stravinskij, seguito il 12 da “Fuochi d’artificio”, il cui scenario era stato disegnato da Giacomo Balla. Nel ridotto del Teatro fu allestita una mostra di opere della collezione di Massine, quadri di artisti d’avanguardia, molti dei quali erano nel foyer, come Bakst, Balla, Depero, Prampolini, Cocteau, Diaghilev e Picasso per la prima volta presente a Roma con un dipinto. Dopo il successo di “Parade” del ’17 Picasso torna a cimentarsi con il teatro disegnando ogni singolo particolare della messa in scena, dal sipario alla gabbia degli uccelli, ai sombreri, agli scialli, del “Cappello a tre punte” di De Falla, il balletto con la coreografia di Massine, andato in scena a Londra nel ’19, coreografia di Massine è ripreso a Roma nel ’20, nel ’53 e successivamente. In mostra i costumi e la serie dei 29 lucidi a tecnica mista dei figurini.

Ciò che colpisce visitando la mostra non è solo la fantasia e la bellezza dei costumi, ma scoprire quanti artisti del ‘900, quasi tutti i più grandi, abbiano lavorato per il teatro, anche quelli che sembrano meno coinvolti nella creazione scenica. Si passa dalla potenza di Duilio Cambellotti che debutta come scenografo all’Argentina ne “La Nave” di d’Annunzio e disegna scene e costumi per varie opere fra cui “Lohengrin” di Wagner, alla fantasia delle “Bolle di sapone” di Prampolini, alle invenzioni di Nicola Benois, considerato l’’ultimo grande pittore scenografo dei fondali dipinti, maestro della prospettiva e dell’illusione, a Afro autore delle scene e e dei costumi per il balletto “Ritratto di Don Chisciotte” di Miloss e Petrassi del ’57, al fratello Mirko Basaldella che sa plasmare ogni tipo di materia e incanta con “La création du monde” di Milhaud del ’56.

La sala delle feste con affaccio su Piazza Navona, la più ampia e spettacolare del palazzo, ospita le creazioni di de Chirico. Sulla parete lunga l’immenso sipario realizzato per l’”Otello” di Rossini. E i costumi per Jago, Otello, Desdemona, ma anche per “Le bal” di Vittorio Rieti, L’italiana, l’archeologo, L’astrologo. E il costume per gentiluomo di Caramba per “Un ballo in maschera” di Verdi del ’31 utilizzato da de Chirico per l’ “Autoritratto in costume azzurro” del ’45 e del Duca di Mantova del Rigoletto, indossato da Beniamino Gigli nel ’37 e utilizzato da de Chirico per l’ “Autoritratto in costume nero del ’48”. Il teatro nel teatro, l’invenzione e la finzione, semplicemente una meraviglia.

Ma il contemporaneo non è assente, come mostra l’impegno di artisti del calibro di Luzzati, Ceroli, Bonalumi, Turcato. E di Alexander Calder che nel ’68 all’Opera lavora all’evento spettacolo”Work in progress”. In tutto 19 minuti. La summa della sua fantasia, la leggerezza, la poesia, la materia in movimento dei suoi “mobiles”.

E Alberto Burri che a partire dal ’63 si occupa di scenografia ideando scene e costumi per gli Spirituals alla Scala e per la moglie, la coreografa Minsa Craig realizza la scenografia del balletto “November Steps” 1973, animata dalla proiezione dei suoi cretti.

Museo di Roma a Palazzo Braschi, Piazza Navona, 2 – Piazza San Pantaleo, 10. Orario: dal martedì alla domenica, dalle ore 10.00 alle ore 19.00. Chiusura il lunedì, il 25 dicembre e il 1 gennaio. Fino all’11 marzo 2018. Informazioni: tel. 060608, www.museodiroma.it e www.museiincomune.it