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"Hiroshige, Visioni dal Giappone" 230 opere del grande artista in mostra alle Scuderie del Quirinale

Laura Gigliotti

Utagawa Hiroshige, Awa. I gorghi di Naruto. Silografia policroma. Museum of Fine Arts, Boston-William Sturgis Bigelow Collection

Dopo le numerose mostre e iniziative culturali organizzate nei due paesi per celebrare i 150 anni di relazioni diplomatiche fra Italia e Giappone, torna a Roma alle Scuderie del Quirinale, Hiroshige (1797 – 1858) uno dei più grandi artisti giapponesi di tutti i tempi, ammirato e imitato dagli impressionisti e post impressionisti. Da Vincenti van Gogh che copia a olio “Ohashi. Acquazzone ad Atake, Kameido”, “ Il giardino dei susini” e “Piccolo pero in fiore”, a Manet, Gauguin, Degas. Da scrittori come Goncourt, da musicisti come Debussy, da fotografi giapponesi e stranieri, come gli italiani Felice Beato e Adolfo Farsari, che si rifanno alla concezione serena della natura di Hiroshige per le vedute di località famose che i viaggiatori porteranno con sé come souvenir. Le stampe giapponesi importate a Parigi e poi nel resto d’Europa e negli Stati Uniti influenzeranno profondamente l’arte occidentale. E l’architettura. Frank Lloyd Wright, figura centrale della scena mondiale del ‘900 nel 1893 visitando l’Esposizione Colombiana di Chicago aveva visto il padiglione giapponese, un tempio ricostruito su un’isola artificiale, ricevendone un’impressione incancellabile. Wright non solo colleziona le stampe di Hiroshige, ma nel 1906 organizza all’Art Institute di Chicago la prima mostra monografica al mondo delle sue opere. E andando a ritroso si arriva all’Expo di Parigi del 1867, al padiglione giapponese realizzato da Hayashi che rimarrà nella “Ville Lumière” come mercante d’arte e consulente di Edmond de Goncourt, l’autore dei primi saggi su Utamaro e Hokusai. Nel 1854 la flotta navale americana costringe il Giappone ad aprire all’Occidente alcuni porti commerciali. Fino a quel momento l’unica forma di contatto col resto del mondo erano stati due piccoli fondaci olandese e cinese a Nagasaki e una nave che una volta all’anno da Goa toccava il Giappone. Il 1854 è una data fatidica, il punto di svolta che dà inizio a una sorta di attrazione fatale fra il paese del Sol Levante e l’Occidente, mai venuta meno. Hiroshige è di nuovo a Roma dopo la mostra presentata dalla Fondazione Roma guidata dal prof. Emmanuele F. M. Emanuele nel ’98-’99 al Museo del Corso con duecento xilografie provenienti dall’Honolulu Academy of Arts. Dell’ultimo esponente dell’arte “ukiyoe” (immagini del mondo fluttuante), erano presenti le stampe policrome, espressione dei nuovi gusti della emergente classe cittadina. Dalla fine del ’600 e fino a tutto l’800 le stampe costituiscono il principale veicolo di diffusione dei gusti e dello stile della società giapponese. Frutto di una tecnica incisoria su legno particolarmente complessa in cui oltre al disegnatore un ruolo molto importante viene svolto dallo stampatore e dagli esperti che collaborano alla resa delle immagini.

Tokutaro Hiroshige, questo il suo vero nome, nasce a Edo, l’attuale Tokyo, nella famiglia di un samurai di basso rango che è a capo di una caserma dei vigili del fuoco al servizio dello shogun, la massima autorità politica e militare che governa il paese, l’imperatore regna a Kyoto. Di lui conosciamo ben poco non avendo lasciato scritti né autobiografici, né teorici. Sappiamo che alla scomparsa del padre, a tredici anni, ne eredita la carica e la rendita, cosa che gli dà una relativa agiatezza e indipendenza economica. Sappiamo che si forma presso la scuola Utagawa sotto Toyohiro che lo nomina suo allievo con il nome d’arte di Hiroshige, in cui il primo carattere “hiro” viene ripreso l nome del maestro. Allora realizza le prime stampe di attori del teatro kabuki, di guerrieri e bellezze femminili e illustrazioni per libri, imponendosi fra glianni Trenta e Cinquanta dell’Ottocento e pubblicando serie e fogli sciolti di paesaggi, vedute naturali, animali, piante, fiori e il variare della natura nelle stagioni e nelle più diverse condizioni atmosferiche. Un apprendistato importante, ma il punto di svolta, che dà avvio alla sua produzione più originale ha inizio dal 1832, quando abbandona l’incarico amministrativo e può dedicarsi interamente alla sua arte. Nel Giappone del tempo lo shogunato per mantenere il controllo sul potere locale aveva ideato il sistema delle residenze alternate, obbligando ogni signore a risiedere per un anno ad anni alterni nella capitale. Nel 1832 Hiroshige fa parte della delegazione dello shogun inviata a scortare da Edo a Tokyo i cavalli sacri in dono all’imperatore lungo la via del mare orientale, Tokaido. La strada che da Edo (Tokyo) capitale amministrativa portava a Kyoto (capitale imperiale), seguendo la costa. Hiroshige, vedendo il monte Fuji, si misura con Hokusai iniziando l’opera che gli darà la fama, le stampe delle “Cinquantatré stazioni di posta del Tokaido”, raccolte nel 1834 in due album. Ad esse si aggiungono le stampe delle “Sessantanove stazioni di posta del Kisokaido”, questo il nome della strada dell’interno fra i monti, realizzate fra il 1838 e il 1842, quindi le “Illustrazioni di luoghi celebri delle sessanta e oltre province” (1853-1856), le “Trentasei vedute del Fuji”, uscite postume fra il ’58 e il ’59 e le “Cento vedute di luoghi celebri di Edo”, il suo capolavoro, iniziate nel ’56 e rimaste incompiute per la morte dell’artista, forse a causa di un’epidemia di colera. Una produzione enorme di stampe che circolano nel paese, contribuendo a far conoscere il volto del Giappone al mondo e agli stessi giapponesi.

La mostra, curata da Rossella Menegazzo con Sarah E. Thompson, prodotta da Ales S.p.A. e MondoMostre Skira, con il patrocinio delle ambasciate dei due paesi, dell’Università degli Studi di Milano e dell’Agenzia degli Affari Culturali del Giappone, presenta 230 opere fra xilografie policrome e dipinti su rotolo, provenienti dal Museum of Fine Arts di Boston (catalogo Skira). Opere di altissima qualità perché raramente viste e perché prime tirature. Nella seconda stazione di posta, in cui mangiano patate dolci, è scritto “Maruko,” un errore che verrà corretto nella serie successiva in “Mariko”. La prova che siamo di fronte al primo esemplare della serie, il meglio del meglio. Dopo Roma, dove rimarrà fino al 29 luglio, la mostra sarà ospitata dal 21 settembre a 3 febbraio 2019 nel museo Civico Archeologico di Bologna.

Allestita da Cesare Mari in modo assai sobrio, alle pareti colori pastello, discreti i pannelli, didascalie essenziali, scritte tono su tono (talvolta poco leggibili), come un invito al visitatore perché dedichi tempo e attenzione per scoprire ciò che ogni immagine può rivelare, la mostra divisa in sette percorsi tematici su due livelli, presenta non solo stampe, ma anche rari disegni preparatori che consentono di vedere il processo creativo dell’artista e una serie di dipinti su seta, sul tradizionale rotolo verticale.

Si comincia con le prime opere databili 1820 -1830 circa che si rifanno alla tradizione, le beltà, il teatro, la storia, dedicate al grande mercato, ma anche a cerchie più ristrette. E’ il caso dei “surimono” biglietti di inviti per auguri, incontri letterari, cerimonie del tè, ricorrenze. Di questo periodo sono due trittici, un formato di grande resa spettacolare utilizzato con grande successo anche negli anni successivi, dedicati a uno spettacolo privato e ad antiche battaglie.

Nucleo essenziale della rassegna le grandi serie incentrate sul tema del viaggio. Dalle “Cinquantatré stazioni di posta del Tokaido” a quelle del Kisokaido, la strada che attraversava le montagne, 69 stampe, alle vedute di luoghi lontani, o celebri di tutto il territorio giapponese, fino alle provincie meno frequentate basandosi su schizzi realizzati in loco o sulle descrizioni delle guide di viaggio. Alcune stampe illustrano luoghi particolari, scogliere, santuari, città che diventeranno famosi e ricercati dal pubblico.

Ogni opera è diversa dalle altre. Hiroshige cerca sempre un punto di vista alternativo che esalti la bellezza dei luoghi, la vivacità delle attività che vi si svolgono. Il mondo della natura, papaveri, campanule, peonie, ciliegi fioriti sullo sfondo della luna, oche e anatre selvatiche, carpe e lepri, tutto vive nella dimensione cosmica del divino. Con le cartoline dalle province, che siano spiagge, porti, templi, mercati, Hiroshige ci trasmette la sua idea di paesaggio, l’amore di fronte alla natura, la passione per i viaggi. La via più agevole per Kyoto è quella del Tokaido, lungo il Pacifico “Sul mare orientale”, uno straordinario repertorio di strade, ponti, laghi, passi, stazioni di posta, cortei di viaggiatori sotto il sole, la pioggia, la neve. “Maestro della pioggia e della neve” è chiamato per la sua capacità nel trattare gli elementi atmosferici, nel delinearne le infinite sfumature riuscendo quasi a rendere palpabile la nebbia, come la pioggia o la neve.

Ma è Tokyo, la sua città, cuore pulsante della nuova cultura borghese e popolare, fulcro della politica, degli affari e dell’arte, uno dei soggetti preferiti del pittore che rappresenta vedute e feste, ponti e giardini in fiore, teatri, luoghi di lavoro e di piacere in formati diversi, orizzontali, verticali, trittici, ventagli. Colori puri, chiari e tenui, linee nette, rari sfumati e ombre, paesaggi visti a luce radente nei particolari. E ovunque e sempre un senso di serenità fra natura, animali, agenti atmosferici, uomo. Un’unità dell’universo, uomini e dei, rocce e piante, uccelli e pesci, terra e cielo, che è armonia, secondo gli insegnamenti dello scintoismo. Le immagini sono realistiche ma leggere, immateriali, riprese dal vero, “en plein air”, eppure così diverse da quelle dell’arte occidentale. Così prive di pathos da rimanerne stregati.

I dipinti su rotolo, esposti al secondo piano, sono realizzati utilizzando più rotoli verticali in set di due tre quattro aggiungendo brevi testi poetici (haiku) calligrafati di suo pugno. Costituiscono, insieme ai disegni, la novità più rilevante della rassegna. Si tratta di “vere vedute” come dichiara lo stesso pittore firmandosi come “Ryusai sha” (sha: copia) lasciando intendere che aveva già fatto degli schizzi preparatori dei luoghi visti. Databili dal 1848 in poi sono legati a una committenza del feudo di Tendo di oltre duecento opere.

Hiroshige realizza opere di diverso tipo che mostrano la sua versatilità e capacità di rispondere alle esigenze del mercato che chiedeva riproduzioni di località celebri e alla moda. Ma anche la sua abilità nello sperimentare nuove tecniche sulla scia della fotografia agli albori. “Doveva conoscere la lanterna magica e la camera ottica”, precisa la curatrice che nella mostra romana di dieci anni fa si occupò proprio del vedutismo di Hiroshige nella fotografia giapponese. La prima foto in Giappone è del 1857. Foto e cartoline di paesaggio all’albumina dipinte a mano mostrano quanto il nuovo medium espressivo risentisse nella scelta dei soggetti, nel taglio e nelle inquadrature della lezione di Hiroshige. Un “do ut des”, un dare e avere reciproco. La prova è nella modernità delle composizioni asimmetriche di Hiroschige che accostano vedute a volo d’uccello, elementi in primo piano che inquadrano complesse scene di paesaggio, zoomate improvvise degne di consumati fotoreporter. Una modernità colta subito dagli artisti che gli valse notorietà e successo.

Via XXIV Maggio, 16 Roma-Orario: dalla domenica al giovedì dalle 10.00 alle 20.00; venerdì e sabato dalle 10.00 alle 22.30. Fino al 29 luglio 2018. Informazioni 06-81100256 e info@scuderiequirinale.it