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"Il segreto della luce" Nel Museo Ostiense le fotografie di Carlo Gavazzeni Ricordi

Laura Gigliotti

Non è nuovo alle incursioni di arte contemporanea il Museo Archeologico di Ostia Antica. Da qualche anno ha visto ritratti, statue, rilievi e sarcofagi antichi dialogare col moderno. Prima è stata la volta della pittura e della scultura con Ettore De Conciliis, Umberto Mastroianni, Francesco Messina e Giacomo Manzù, oggi con Carlo Gavazzeni Ricordi si apre alla fotografia che tanto valore ha conquistato negli ultimi decenni. Milanese, un doppio cognome carico di storia e di responsabilità. Il nonno il grande Maestro Gianandrea Gavazzeni che ha diretto alla Scala e ni più prestigiosi teatri del mondo, la madre Madina, una Ricordi. Una famiglia intrisa di musica da generazioni che mal digerisce che il rampollo, che studia e diventa avvocato, si appassioni alla fotografia, mai considerata in casa una forma d’arte. Inizia a venire a Roma a cinque anni per un concerto del nonno a Santa Cecilia e subito viene folgorato dalla città. “Il mio incontro con Roma è stato decisivo – confessa Carlo – la città eterna e il miracolo della sua luce mi hanno rapito; in ogni secondo brilla di una luce diversa, è un continuo cambiare. E poi Roma è unica anche per l’eterno riuso della città, per la sua stratificazione”.

La fotografia di Gavazzeni Ricordi è molto speciale, realizzata com’è con una grande vecchia Leica, utilizzando pellicole preparate appositamente, skanner, tanta chimica e lavoro artigianale. L’opera poi viene affidata a uno stampatore provetto, un mago della fotografia, Arrigo Ghi che ha lavorato per vent’anni con Luigi Ghirri. Una garanzia. A conclusione la finitura aggiunta a strati e lasciata asciugare. Un lavoro di mente e di cuore, ma anche frutto di tanta manualità, tiene a dire.

Ed ecco le foto artistiche e per niente digitali di Carlo Gavazzeni Ricordi esposte nella mostra “Il segreto della luce” curata da Valentina Bonomo, in cui spiccano “Visioni Fuggitive”, “Teatri d’Invenzione”, “Roma Dimenticata”, “Ritratto di Paolo V”. Sono diciotto e si stagliano sulle pareti bianchissime del Museo riempiendole di colore e di sogno. Sono grandi, smisurate come l’immaginazione che suscitano, i sentimenti che scatenano in chi le guarda senza sapere che cosa rappresentano. Anche perché, per volontà dell’autore, ci sono vaghissimi riferimenti al reale e nessuna indicazione del luogo e del monumento che le ha ispirate. Quasi che di fronte all’immagine ci si debba affidare esclusivamente all’emozione, restando senza parole. Che non guastano tuttavia se illuminano sul procedimento seguito, sulla scintilla che le ha provocate. Ma tant’è. A questo punto ci si lascia trascinare dalla prima impressione che è di poesia, di linguaggi non verbali e si cerca di scoprire di ogni immagine un particolare che aiuti a risalire all’oggetto che la ispira. O si può passare dall’opera moderna all’antica e viceversa, cercando di cogliere richiami e nessi comuni. E’ il caso della maestosa “Iside Pharia” in bigio antico del II sec. d. C. ritrovata nel 1969 nell’Iseo di Porto dietro la quale giganteggia la foto degli interni della Basilica di Massenzio. O scoprire dietro la selva di ritratti di bambini, Annia Cornificia, Commodo, Lucio Vero, in marmo lunense e marmo docimio del II sec. d. C., un gregge di animali al pascolo.

L’apice si raggiunge nella sala in cui si trovano due sarcofagi dalla storia travagliata. Il “Sarcofago delle Muse” in marmo tasio del II sec. d. C., frutto di uno scavo clandestino nell’Isola Sacra di Fiumicino, venne recuperato nel 2008 dalla Guardia di Finanza, mentre il Sarcofago di Gavio Iulio Paolino, sempre dell’Isola Sacra, in marmo bianco del III sec. d. C.fugato negli anni ‘80 dalla palazzina dell’Opera Nazionale Combattenti, fu recuperato dai Carabinieri della Tutela. Lungo le pareti della sala sono esposte quattro fotografie a formare un unicum. Ritraggono, con una copia del Marco Aurelio di Cavaceppi, gli interni del Teatro di Villa Torlonia in cui l’artista ha trascorso mesi e mesi per scoprirne l’incanto. Allora era abbandonato, coperto di scritte vandaliche, invaso dai rifiuti, poi il restauro con i fondi Pirelli. Sono “I teatri d’invenzione” scatti nati da una sessione fotografica a Villa Medici e già esposti all’Ermitage che rappresentano la summa della sua produzione. Che è fotografia per la tecnica di ripresa e di stampa, ma che rimanda alla pittura, all’invenzione artistica tout court, al sogno in cui veduta reale e immaginaria si confondono e antico e moderno convivono in una terza dimensione.

Così come avviene, quasi un gioco di specchi, nell’incantevole Museo Ostiense, ideato da Pio IX che conserva i materiali rinvenuti negli scavi dell’area archeologica di Ostia Antica, Isola Sacra e Porto all’inizio del Novecento e negli anni Trenta. Un’area che meriterebbe una maggiore visibilità e che aggiunge al fascino di sempre il recente recupero dopo quattro anni di restauro, di 187 ambienti su 13 mila metri quadrati lungo il Decumano che attraversa l’intera Ostia per una lunghezza di circa due chilometri, spiega Mariarosa Barbera, direttore del Parco Archeologico. Un restauro imponente lungo un percorso ricco di monumenti, magazzini e locali commerciali. Tra Portici, “tabernae” e “domus” si aprono il cosiddetto Monumento Repubblicano, il Tempio Collegiale e la sede degli Augustali. Più in là il Caseggiato del Sole, esempio di edilizia commerciale e il Mitreo dei Serpenti con gli affreschi protetti da una nuova copertura. Consolidati infine e restaurati i 31 ambienti delle Terme dell’Invidioso che conservano ampi mosaici con figure marine. In programma l’apertura di un nuovo ingresso pedonale lato fiume e il suggestivo percorso in barca da Ponte Marconi a Ostia. Il progetto è stato approvato, finanziato e sta per partire la gara, riferisce Cinzia Morelli, responsabile dell’Area di Ostia.

Parco Archeologico di Ostia Antica, Via dei Romagnoli 717. Fino al 30 giugno 2018. Informazioni ed orari: tel. 06-56358096 e www.parcoarcheologicostiantica.it