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“Haec Est Civitas Mea” Dall’Accademia Russa di pittura un omaggio a Roma

Laura Gigliotti

Foto:Il'ja Glazunov lavora al ritratto di Federico Fellini a Roma, 1963

Il titolo dell’esposizione ospitata fino al 2 maggio nella Sala Zanardelli del Vittoriano, “Haec Est Civitas Mea”, è tutto un programma e un omaggio a Roma e alla sua storia. La mostra raccoglie saggi di diploma degli allievi dell’Accademia Russa di pittura scultura e architettura fondata nel 1987 da Il’jà Glazunov, un artista molto apprezzato in Italia negli anni Sessanta, che ritrasse Fellini, Visconti, Antonioni, Mario Del Monaco. Organizzata nell’anno delle “Stagioni russe” in Italia rinnova la tradizione dell’Imperiale Accademia di Belle Arti che nel XIX secolo inviava i migliori diplomati in Italia per un lungo soggiorno con il privilegio di godere di una speciale “pensione”, di viaggiare, di conoscere il paese e le opere a cui ispirarsi.

L’importanza del viaggio in Italia nel percorso creativo della maggior parte degli artisti europei del Settecento - Ottocento è un dato che gli studiosi della materia ben conoscono, e riguarda in particolar modo gli artisti russi, molti dei quali rimasero in Italia a lavorare. Pittori, musicisti, letterati, intellettuali fecero di Roma e di Napoli le loro città di elezione. Come è noto nella cultura artistica russa dominava fino all’inizio del Settecento l’icona. E’ solo dopo l’apertura della Russia all’Europa, ai tempi di Pietro il Grande quando si afferma un’arte laica, di corte che vengono superati lo schematismo e la convenzionalità dei soggetti biblici e appaiono ritratti, vedute di città, paesaggi. L’esempio viene dagli artisti stranieri attratti in Russia dalle condizioni favorevoli della corte di Pietroburgo. E dagli artisti russi che si recano in Europa e in Italia in particolare.

La fascinazione dell’idea d’Italia e il messaggio dell’arte italiana raggiunge il culmine nel Settecento. Allora l’Italia diventa un mito, un luogo dove si pensa che i capolavori nascano insieme alla natura, al cielo azzurro, al mare. Già nel XVI secolo l’Italia era stata un luogo di pellegrinaggio per gli artisti del Nord. Il Rinascimento e prima ancora i monumenti dell’antichità che gli scavi portano in luce assegnano all’Italia la fama del paese d’Europa dove l’arte si sente a casa. E un modello a cui riferirsi è l’arte classica fonte inesauribile per la cultura artistica. E questo nonostante il paese sia diviso e debole. I suoi monumenti, le sue architetture, le sue opere d’arte rimangono un punto di riferimento costante, suscitando negli artisti russi entusiasmo e desiderio di imitazione, intesa come esperienza creativa.

Ma i legami artistici fra i due paesi esistevano già prima. Nel 1475 l’architetto Aristotele Fioravanti, chiamato a costruire la basilica Uspenskij del Cremlino, adatta l’architettura rinascimentale alle necessità religiose della Moskova. Non si deve dimenticare il fondamentale contributo degli architetti italiani alla nascita di Pietroburgo, si pensi a Giacomo Quarenghi attivissimo alla corte imperiale e l’invio in Italia di personale incaricato di acquistare grandi quantità di opere d’arte, di oggetti antichi e copie per gli istituendi musei e arredare le dimore e i giardini della capitale nordica sulla Neva.

Nel 1757 Ivan Suvalov, favorito dell’imperatrice Elisabetta, fonda l’Accademia di San Pietroburgo per le tre arti più illustri e pensa di aprirne una a Roma simile a quella francese. Ogni anno i sei migliori allievi vengono inviati in Europa. Anton Losenko vive a Roma tre anni e mezzo, invece degli otto mesi previsti, per perfezionarsi, copiare Raffaello in Vaticano, studiare dall’antico, ma anche dipingere paesaggi italiani che invia in Russia. no una specie di “pensionnaires” ritratti a Roma da Gogol. Centina di pittori russi hanno soggiornato in Italia, molti di loro vi sono rimasti per anni e alcuni per sempre. Karl Brjullov e Anton Ivanov sono morti a Roma, Sil’vestr Scedrin e Michail Lebedev sono sepolti a Sorrento. E con l’affermazione del Neoclassicismo l’Italia, Roma in particolare, riafferma la posizione di centralità nella cultura figurativa europea. Per i poeti romantici come Puskin e Gogol l’Italia è il luogo dell’anima e i pittori lo rappresentano come il paese dell’armonia classica e della bellezza. “C’è nell’Italia qualcosa di così affascinante, attraente, delicato, che senza che lo si voglia, si stampa nell’anima e, come i migliori sogni dell’infanzia, attira a sé”, scriveva Repin. E anche dopo “l’alma città di Roma” classica e cristiana, universale e cosmopolita, continua ad essere il luogo della memoria, dell’antiquaria, della nascente scienza archeologica, dell’arte.

A questa lunga e illustre storia si richiama l’Accademia Glazunov, diretta ora dal figlio Ivan (circa 400 allievi distribuiti in 6 anni di corso), che ha riportato nella sua storica sede l’Accademia Russa di pittura, scultura e architettura nata per “preservare e trasmettere ai giovani il retaggio della grande scuola europea di pittura”. I pittori russi contemporanei portano avanti, sulla base della grande scuola greca e romana, a sua volta fondata su tradizioni più antiche, un tema nazionale, e come all’epoca del Rinascimento italiano raccontano con linguaggio classico pagine della propria storia, è scritto a chiare lettere su un pannello della mostra. Convinti che il classico sia vivo e vegeto nel mondo attuale e che possa interessare chi guarda. Il classico come padronanza delle tecniche e educazione dell’anima espressi nei dipinti di oggi. Un linguaggio d’altri tempi, a cui non siamo più abituati. Una pittura di grande qualità, stile e dimensione che sembra venire dal passato.

E che oggi per la prima volta a Roma è ospitata in un luogo prestigioso, il monumento al primo re d’Italia, il Vittoriano. Un sogno che si avvera per gli organizzatori e per gli artisti presenti. E per i visitatori che si fermano davanti ai grandi, classici quadri della sala d’esposizione quasi una pellicola che si srotola al contrario, che torna indietro nel tempo. Dimenticate le avanguardie del Novecento, messa da parte la modernità e le sue ventate rivoluzionarie, si rimane senza parole, incantati di fronte al sentimento, all’entusiasmo, alla perizia tecnica degli artisti in mostra. Che hanno come fonti d’ispirazione la grande storia della patria russa, la cultura popolare, il folklore, episodi biblici, la religione ortodossa. Non solo santi, ma anche antichi conventi e monasteri. Come “Il Monastero dell’Assunzione di San Cirillo” di S. D. Karev, o il “Monastero di Sant’Eutimio” sotto la neve di A. I. Nekrasov. Paesaggi che sono veri e propri pezzi di bravura come la serie di vedute della città di Stàrica sul Volga di M. O. Safonov. Una città fondata nel 1297 come fortezza e porto fluviale, famosa per il Monastero della Dormizione del XVI secolo. E poi i ritratti di personaggi storici e di contemporanei, artisti e scrittori. Il ritratto di Michail Bulgàkov, autore del “Maestro e Margherita”, di S. V. Sutjagin, “Il compositore Skrjàbin” di A. P. Pirogov. E di sconosciuti come la luminosa ragazza protagonista del dipinto di A. A. Korobkin “Mattino”. E “Natura morta con samovar” dalla luce argentea di O. P. Dolgaja, il dipinto che voleva comprare Gina Lollobrigida.

Monumento a Vittorio Emanuele II – Sala Zanardelli. Orario: tutti i giorni 9.30 – 19.30. Fino al 2 maggio 2018. Informazioni: tel. 06-6783587. Ingresso gratuito.