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Da Budapest a Palazzo Barberini: la “Madonna Esterházy” di Raffaello

Laura Gigliotti

Un Raffaello che va e uno che viene a Palazzo Barberini. Se la “Fornarina”, che un tempo si riteneva inamovibile “è attualmente impegnata”, come si legge in un cartello nella mostra “Raffaello e l’eco del mito” aperta all’Accademia Carrara di Bergamo fino al 26 maggio, nella sala in cui era esposta c’è un altro Raffaello “La Madonna col Bambino e San Giovannino”, con la sua bellissima cornice originale, prestato dal Museo di Belle Arti di Budapest chiuso per lavori (valore assicurativo 35 milioni di euro). In linea con quella politica delle collaborazioni e degli scambi con grandi musei internazionali, avviata da Flamina Gennari Santori, che consente di valorizzare la collezione permanente in vista del riallestimento del Museo e di vedere sempre qualche cosa di nuovo. In cambio il Museo di Budapest, che conserva anche un altro Raffaello “Ritratto di giovane”, avrà dei dipinti di Rubens per una mostra che si terrà fra due anni.

Noto come “Madonna Esterházy”, espressione di quella poetica degli affetti in cui l’intesa dei personaggi è affidata ai gesti e al gioco degli sguardi è un dipinto fra i più sentimentali e delicati di Raffaello. Ambientato in un ampio paesaggio naturale, segna l’ingresso dell’artista a Roma nel 1508 chiamato da papa Giulio II della Rovere. Vasari sostiene che sia stato Donato Bramante, sovrintendente generale delle fabbriche papali, a suggerire al papa Raffaello, ma è probabile che abbia avuto il suo peso anche il consiglio di Francesco Maria della Rovere figlio di Giovanna Feltria. Certo è che per l’artista che aveva allora venticinque anni, era un momento di grande fermento, tutto stava cambiando a Roma. Anni cruciali per lui e l’arte occidentale. Si aprivano i cantieri per le decorazioni del nuovo Vaticano, per la Cappella Sistina e le Stanze degli appartamenti papali.

Forse per questo Raffaello lascia il dipinto incompiuto, come si vede dai volti della Vergine e dei bambini che fanno trasparire il disegno sottostante. Si nota soprattutto se si confrontano con i due bimbi dipinti per la “Madonna del baldacchino” conservata a Palazzo Pitti. Un quadro piccolo, che ha iniziato a Firenze e che porta con sé non finito, probabilmente per poterlo completare a Roma. Nel disegno preparatorio conservato nel Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, in mostra una copia ingrandita, gli elementi sullo sfondo sono molto diversi: un paesaggio tipicamente fiorentino costituito da alberi e colline a segnare il forte legame con Firenze, nel dipinto invece compaiono antiche rovine romane, particolari che sembrano ripresi dal vero, in cui alcuni hanno riconosciuto i resti del Tempio di Vespasiano e della Torre dei Conti nel Foro. Una differenza che indicherebbe anche il cambiamento di stato dell’artista, dal momento del disegno a quello del quadro, da pittore di corte a maestro della fabbrica pontificia. Non appaiono invece mutamenti sostanziali nelle figure. Si tratta di un “cartoncino” da spolvero come si vede dai forellini attraverso i quali doveva passare la polvere di carbone per trasferire il disegno sulla tavola di pioppo.

Nella piccola mostra curata da Cinzia Ammannato a far compagnia alla “Madonna Esterházy” esposta con il suo box climatizzato sulla parete della “Fornarina”, ci sono tre opere di grande interesse e qualità che non è facile vedere, vengono dai depositi. Il dipinto “Gesù Bambino”, una copia parziale della “Madonna del velo” di Raffaello a lungo cercato dagli esperti e da alcuni indicato in un pannello del Musée Condé di Chantilly, attribuito a Daniele da Volterra, la “Madonna col Bambino”, una fine copia della “Madonna delGarofano” di Raffaello anch'esso indagato dai filologi e individuato in un dipinto ex Camuccini poi Northumberland, ora alla National Gallery di Londra e soprattutto la bellissima “Madonna col Bambino” di Giulio Romano, sommo artista e allievo prediletto di Raffaello, che Henriette Hertz comprò nel 1890 e donò con la sua collezione nel 1913 allo Stato italiano, fondamento della Barberini.

Il nome con cui l’opera è conosciuta “Madonna Esterházy” è legato alla nobile famiglia ungherese che nel 1870 cedette la propria collezione allo stato, nucleo fondante del Museo d’Arte di Budapest di cui è il gioiello più prezioso. Un dipinto con una lunga storia lacunosa e un pò rocambolesca. Non si sa nulla fino agli inizi del Settecento quando Papa Clemente XI la dona alla principessa Cristina di Brunswick andata sposa, lei luterana convertita, all’imperatore Carlo VI d’Asburgo, poi passa alla figlia l’imperatrice Maria Teresa d’Austria e infine, non si sa se c’è anche il Cancelliere Kaunitz, agli Esterházy che nell’Ottocento espongono il quadro nel loro museo privato di Vienna. Nel 1983 viene anche rubato insieme ad altri sei quadri mentre nel Museo di Budapest c’erano dei lavori.Lo ritroveranno  i carabinieri del Nucleo in un convento in Grecia. I ladri erano italiani.

Palazzo Barberini, via delle Quattro Fontane, 13 Roma. Orario: martedì/domenica 8.30-19.00. Chiuso il lunedì. Fino all’8 aprile 2018. Informazioni: tel. 06-4824184 e www.barberinicorsini.org