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Vendita beni del Demanio. Tanto rumore per nulla

RV

Un emendamento del governo alla legge di Stabilità 2018, riguardante la modifica della legge 311 del 30 dicembre 2004 per la cessione di beni del demanio pubblico anche a stati stranieri, è stato ritirato nel giro di 48 ore, suscitando una levata di scudi e polemiche infinite, tipiche di un inizio di campagna elettorale. Tutti contro “la svendita dei gioielli nazionali, per fare cassa” portando ad esempio la svendita dei Beni del Patrimonio culturale, in testa a tutti il Colosseo ed il Pantheon, fino ad evocare la scena di Totò che riesce a vendere la fontana di Trevi ad uno straniero. L’emendamento è stato originato dalla necessità di cedere Palazzo Caprara a Roma, che si trova in via XX Settembre. L’immobile, vicino al Ministero della Difesa ha ospitato fino al febbraio gli uffici del Capo di Stato Maggiore. Il Qatar vorrebbe farne una propria sede diplomatica e il Tesoro lo vorrebbe cedere per 50 milioni di euro, pari a 9.000 euro al metro quadrato.

Tra l’altro, secondo l’emendamento, i proventi delle vendite realizzati appartengono al ministero che ha ceduto il bene e serviranno per espletare il corretto funzionamento dello stesso. In ogni caso l’autorizzazione alla cessione dovrà essere avallata dalla Corte dei Conti in maniera preventiva.

Le grida di scandalo hanno subito spostato l’attenzione sui nostri Monumenti che invece non rientrano nel provvedimento in quanto “inalienabili”;  per la loro vendita debbono essere prima sdemanializzati (procedura complessa) e passare al patrimonio disponibile nel presupposto che sia venuto meno il principio della loro natura demaniale (i casi classici sono le aree e gli edifici militari).

L’emendamento che avrebbe consentito la vendita ad uno Stato estero di un cespite appartenente al demanio dello Stato italiano, teneva conto delle previsioni del decreto legislativo 22/01/2004 n.42 recante “Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137”. Proprio l’articolo 53 della legge del 2004 stabilisce che: “I beni del demanio culturale non possono essere alienati, ne’ formare oggetto di diritti a favore di terzi, se non nei modi previsti dal presente codice”. Poi l’art.54 indica quali sono i beni del demanio culturale inalienabili, tra questi: a) gli immobili e le aree di interesse archeologico; b) gli immobili riconosciuti monumenti nazionali con atti aventi forza di legge; c) le raccolte di musei, pinacoteche, gallerie e biblioteche; d) gli archivi.

Se parte degli immobili del Patrimonio pubblico dovessero finire in mani straniere, quale danno ne riceverebbe l’italia? Incassare i proventi dalla vendita e tenersi l’immobile sul proprio suolo può apparire un danno? Per non dire della gestione, che visto lo stato in cui è tenuto il nostro patrimonio, forse una gestione fatta da altri, magari non sarebbe così negativa.