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"Terremoti e protezione dei Beni Culturali". L'intervista al Prof. Pierotti

RV

Nell’ultimo numero della rivista trimestrale “Territori della Cultura” edita dal Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali di Ravello e diretta dal Prof. Pietro Graziani, è stato affrontato, in un edizione speciale, il tema “Terremoti, edificato esistente, protezione dei beni culturali”. Sulla scia dell’interesse destato e del dibattito che si è aperto, è stato organizzato, presso il Parlamentino del CNEL a Roma, una tavola rotonda che ha creato ulteriori spunti di analisi e riflessione sulle quali abbiamo rivolto al prof. Piero Pierotti*, che ha coordinato la ricerca sui terremoti, alcune domande:

Il numero speciale di “Territori della cultura”, dedicato al tema “Terremoti, edificato esistente, protezione dei beni culturali”, è stato presentato lo scorso ottobre presso il CNEL, una sede ufficiale di grande prestigio. Con quali finalità?

Rendere maggiormente noto il quadro della questione che riguarda quel tema ma, soprattutto, rimarcare l’esigenza che intorno a esso si lavori collegialmente, con risorse scientifiche multidisciplinari, nella tradizione trentennale adottata presso il Centro Universitario Europeo di Ravello, con il sostegno dell’APO (Accord Partial Ouvert) del Consiglio d’Europa. Quando il direttore della rivista on-line, Pietro Graziani, mi ha chiesto collaborazione per questo ventottesimo numero, non ho incontrato nessuna difficoltà per trovare partecipazione da parte di esperti di lungo impegno, consapevoli di quella necessità”.

Adottare risorse scientifiche multidisciplinari, specie quando si tratta di edificato storico, dovrebbe essere una regola consolidata. Non è così?

No, non è più così. Soprattutto non lo è a livello di costruzione della normativa che riguarda la questione sismica. Le nuove NTC (Norme Tecniche di Costruzione), delle quali si aspetta l’uscita in Gazzetta Ufficiale ormai da luglio, sono scritte da commissioni d’ingegneri per altri ingegneri. È diventato col tempo un soliloquio. Per quanto si può leggere nella bozza sinora nota, non risulta che sia stato sentito, per esempio, il MIBACT. Credo sia un’omissione molto grave, se si considera che cosa è rimasto distrutto per effetto dei terremoti appenninici del 2016 e la crisi conseguente della risorsa turistica. Il nodo più grosso del problema è che ormai – fra esperti ma non solo – si parla sempre più frequentemente di “danni da normativa”, esito di regole inadeguate rese obbligatorie dalla legge. Le distruzioni subite da Amatrice ne sono un campionario”.

Ci può fare qualche esempio?

Ne cito uno dei più verificati e verificabili, già segnalato anche in pubblicazione dopo i terremoti 1997-98 nell’Appennino umbro-marchigiano, e ripetutosi diffusamente in quelli del 2016. Durante un terremoto, la muratura ordinaria si apre e si richiude lungo la verticale. Ne abbiamo testimonianze dirette da parte della popolazione locale ma il fenomeno era stato osservato e descritto con precisione già nel 1846 da un geologo e sismologo molisano, Leopoldo Pilla. Abbiamo una lunga serie di conferme anche in studi più recenti. Se s’irrigidiscono gli orizzontamenti (coperture e solai), l’energia generata dal sisma si manifesta egualmente ma, per effetto delle resistenze che incontra a quei livelli, si scarica sui muri portanti, soprattutto sulle facciate che, per così dire, esplodono. Numerosi sono i casi di coperture in armatura di cemento, rimaste intatte, che hanno sbriciolato la muratura sottostante. Questi irrigidimenti erano considerati a norma e resi obgatori per la messa in sicurezza. Ovviamente, crolli a parte, essi si trovano ancora lì dove erano stati realizzati”.

Si tratta di accuse precise. Che risposte avete avuto?

No, nessuna accusa. Il terremoto è un fenomeno troppo complesso perché qualcuno si senta possessore della verità. Chi fa ricerca scientifica sa bene che si lavora sempre su ipotesi e che il cambiamento di opinioni in corso d’opera è la regola, non l’eccezione. Il problema è un altro. Un ricercatore modifica le sue deduzioni a seguito dell’implementazione e dell’aggiornamento dei dati che via via acquisisce, correggendo quelle che si sono rivelate meno attendibili. La legge non lo può fare. Per cambiare l’opinione di una legge occorre un’altra legge ma l’adeguamento delle norme ai tempi della ricerca è faticosissimo, sempre tardivo (mediamente dieci anni, nel nostro caso). Spesso è incompleto. Così possono nascere i danni da normativa”.

Sembrerebbe allora che il livello della ricerca non sia così avanzato e quindi il rischio non eliminato…

Bisogna distinguere. L’ingegneria sismica in questi ultimi decenni ha fatto passi da gigante. Il grattacielo asismico – facciamo un caso – è una realtà collaudata. In aree fortemente impegnate, dove le vittime si contavano a decine di migliaia, ora si contano a centinaia. Sull’edificato esistente però essa incontra molti problemi, non per insipienza ma perché le variabili da considerare sono un’enormità e le competenze da mettere in campo un numero corrispondente. Si va dalla risposta sismica dei terreni agli usi quotidiani delle abitazioni: tutto può contribuire a modificare le condizioni di rischio. Fino al 2009 avevamo i comuni “sismici”: un assurdo amministrativo, al quale ovviamente il terremoto non si adeguava. Ora si parla più correttamente di microzonazione. La risposta sismica dei terreni può variare nel raggio di un centinaio di metri, e non certo seguendo la linea dei confini comunali, ma l’accertamento di tale fattore non è né semplice né veloce né economico. Agli effetti di sito si aggiunge poi la diversificazione dell’edificato, con la sua storia, legata alle modificazioni d’uso ma spesso anche a eventi sismici pregressi. Gli strumenti conoscitivi da mettere in campo prima di ogni intervento sull’esistente vanno, teoricamente, dalla geodinamica alla sismografia storica. Tutto questo non può essere gestito né da una legge generale né da un solo genere di competenze”.

La via d’uscita?

Ci può essere. Anzi, sembrava che potesse già essere accolta e trasferita nella normativa dalla conferenza unificata fra Stato e Regioni nel testo delle NTC di cui si attende la promulgazione. Vi si proponeva che la legge curasse la parte più generale e lasciasse maggiore discrezionalità ai progettisti. Per ragioni che ignoro è stata invece rinviata a tempi ulteriori. Anzi, si richiederà ai progettisti di mettere la propria firma sotto provvedimenti preconfezionati i cui parametri sono molto soggettivi e, allo stato delle cose, scarsamente comprovabili. Il coefficiente di rischio, per richiamare un esempio, si dovrebbe ricavare dal “rapporto tra l’azione sismica massima sopportabile dalla struttura e l’azione sismica massima che si utilizzerebbe nel progetto di una nuova costruzione”. Non so chi si presterebbe ad asseverare la rispondenza di un edificio esistente a questi due parametri: specialmente al primo. Eppure un parametro di rischio così labile, e tanto difficile da validare, dovrebbe divenire lo strumento di valutazione per una quantità di atti amministrativi assai pesanti, che vanno dall’agibilità di una scuola alla concessione del sisma bonus. Questo livello di semplificazione non si può accettare”.

Ci sono ragioni specifiche?

Sì. Noi non abbiamo il terremoto ma i terremoti. Non abbiamo la fortuna (si fa per dire) di attendere un Big One, ossia un sisma di forte intensità ma relativamente prevedibile nei suoi effetti. I terremoti appenninici hanno una fantasia assai più vivace di quello californiano. Si tende anzi a distinguere fra “elastomoti” (eventi sismici da compressione, i più ricorrenti) e “gravimoti”. In questo secondo caso, come è accaduto per gli eventi del 2016, si attiva una dilatazione che genera vuoti nella crosta terrestre e può farla cedere per gravità (nell’area di Castelluccio di Norcia il piano di campagna si abbassò di 70 cm). Ciò, in termini progettuali, può creare incertezze non solo per gli interventi sull’esistente ma anche per la costruzione del nuovo. Il mantenimento di un confronto diretto e permanente fra ingegneri, geologi e sismologi (quanto meno) non appare rinviabile”.

Sarebbe questa la “rilocalizzazione”?

Non si tratterebbe di una novità. Ricorriamo da tempo, in altri settori che concernono la gestione del territorio, a progettazioni integrate (ad esempio per i piani strutturali). Sembrerebbe la soluzione migliore per gli interventi di qualunque genere in zona sismica, nel pubblico e nel privato. I vantaggi della restituzione ai progettisti della loro libera capacità professionale sono molteplici. In primo luogo la velocità dell’aggiornamento e l’adeguamento dei progetti ai ritmi della ricerca in funzione applicativa. Poi la conoscenza diretta del territorio e della sua storia sismica, che è un fattore di sicurezza non secondario. Infine – e questo è un punto essenziale – la flessibilità funzionale, ossia la capacità di adeguamento caso per caso della proposta progettuale alle sue complessità. La mutevolezza dei nostri bei paesaggi, che li rende così apprezzabili, è anche espressione della variabilità di ciò che vi sta sotto. Saper leggere un paesaggio, con l’edificato che vi giace, è anche un esercizio di conoscenza per valutarne la possibile risposta sismica. Quando cominciammo il nostro lavoro in ambito APO parlavamo di “culture sismiche locali”, riferendoci soprattutto a fenomeni di architettura vernacolare. La capacità dei residenti di costruirsi dimore sismoresistenti lavorando fra sabato e domenica si è persa e non è più ricostituibile. Si può però trasferire il concetto nell’attività integrata dei professionisti locali e talora crearla ex novo laddove serve, aggiornandola al meglio sia tramite le conoscenze generali, che via via si arricchiscono, sia acquisendo localmente i risultati dell’osservazione e dell’interpretazione delle vicende sismiche pregresse. Osservando la tipologia del danno si impara a evitarlo. C’è molto da lavorare, o meglio da collaborare, su questa materia. Il senso del numero 28 di “Territori della Cultura” e della discussione conclusiva che si tenne lo scorso 5 ottobre a Villa Lubin era appunto questo”.

*Piero Pierotti è stato docente di Storia dell'Urbanistica presso il Dipartimento di Storia delle Arti dell'Università degli Studi di Pisa. È stato l'iniziatore dell'insegnamento di questa materia in Italia nel 1968-69, sviluppando una metodologia definita ecostoria. Il metodo ecostorico si basa sull'osservazione diretta e sull'interpretazione delle fonti materiali (strutture, assetto del territorio, manufatti), piuttosto che sulle fonti scritte come nella storiografia tradizionale. Altri suoi campi di ricerca sono la storia dell'architettura medievale (studi sulla Torre di Pisa, sui fondaci nel Mediterraneo) e lo studio delle culture sismiche locali.

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