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Gian Lorenzo Bernini scultore e la Galleria Borghese

Laura Gigliotti

Gian Lorenzo Bernini, autoritratto giovanile

Dopo anni d’interminabili restauri nel 1998 riapriva la Galleria Borghese con una esposizione che fece epoca “Bernini Scultore: la nascita del barocco in Casa Borghese”, curata da Sebastian Schütz e Anna Coliva. Che a venti anni di distanza torna a ragionare sull’artista come direttrice del Casino del Cardinale Scipione insieme con uno studioso come Andrea Bacchi che affronta la cultura barocca con un taglio diverso. E in collaborazione con un nutrito stuolo di specialisti, Maria Giulia Barberini, Anne-Lise Desmas, Luigi Ficacci, Sarah Mc Phee, Stefano Pierguidi, che da tempo si occupano dell’artista o di specifici aspetti della sua produzione e della stagione del Barocco. Una mostra in continuità col passato, con gli stessi collaboratori, nello stesso luogo su Bernini (1598-1680) autore di statue per vedere come sono andati avanti gli studi, quali scoperte sono state fatte su un autore notissimo. Una cosa che si poteva fare solo alla Galleria Borghese, che riunisce oltre trenta marmi affiancati al catalogo quasi per intero dei dipinti ritenuti autografi e una scelta di bronzi, studi, bozzetti, terrecotte insieme a un disegno.

In vent’anni fra le scoperte reali, palpabili, il ritrovamento del grande busto del “Salvator Mundi” con base di diaspro, lasciato alla morte a Cristina di Svezia e passato agli Odescalchi. E’ stato ritrovato nel 2001 nella sagrestia di San Sebastiano fuori le mura, E’ posto accanto a quello di Norfolk, identificato come ultima opera dell’artista, citata dalle fonti, che si riteneva l’unico e al “Crocifisso” in bronzo scoperto a Toronto, noto da poco più di un secolo di cui solo nel 2002 è stata riconosciuta l’autografia beniniana, esposto nella stessa sala vicino a quello in bronzo dorato dell’Escorial commissionato a Bernini da Filippo IV di Spagna, che lo pagò mille scudi a cui aggiunse una gran collana d’oro. Rimase sull’altare dei sepolcri reali solo per due anni per essere spostato nel 1659 nella cappella del Collegio.

L’altra grande novità è il Bernini pittore (parzialmente visto in altre rassegna), in modo che tutta la sua produzione sia rappresentata, dice Coliva. Manca solo il “San Lorenzo” non prestato dagli Uffizi. “Tutto quello che è trasportabile è in mostra”, precisa la direttrice del Museo.

A Roma Bernini giunge a otto anni al seguito del padre Pietro scultore, incaricato da Paolo V della decorazione della Cappella Paolina in Santa Maria Maggiore. Fondamentale per l’artista il periodo della formazione accanto al padre e ai maggiori scultori del momento. Roma è la città giusta e il momento è favorevole. Due personaggi permettono che sbocci il suo genio: il cardinale Scipione Borghese, nipote di Paolo V, mecenate e collezionista esclusivo, e Maffeo Barberini, che mira alla glorificazione della sua persona e della sua famiglia. “E’ una gran fortuna la vostra, o Cavaliere, di veder papa il cardinale Maffeo Barberini, ma assai maggiore è la nostra che il Cavalier Bernini viva nel nostro pontificato” gli dice Urbano VIII appena salito al soglio pontificio nel 1623.

Genio multiforme, maestro di tecnica e d’invenzione, scultore, pittore, architetto, urbanista, disegnatore, incisore, scenografo e “regista” del cosmo barocco, Bernini non vuole che i personaggi che effigia stiano fermi in posa, ma chiede loro di comportarsi naturalmente per poter cogliere i tratti essenziali della loro personalità, perché i suoi marmi siano “vivi”. Il suo linguaggio è rivoluzionario. Dalla naturalezza, dalla somiglianza degli inizi si volge al taglio scenografico, al rapporto dell’opera con lo spazio. Impossibile indicare tuttesue opere. Anzitutto l’impresa titanica vota a dare un volto nuovo alla città: nella Basilica Vaticana il Baldacchino e la sistemazione della crociera, nelle piazze le fontane, la Barcaccia, il Tritone, di fronte a palazzo Barberini, la “corte” di famiglia, la Fontana dei fiumi a Piazza Navona, i ponti.

La mostra che ha come tema conduttore la Galleria Borghese, scena privilegiata della scultura di Gian Lorenzo, mette l’accento sul Bernini scultore di statue che si misura principalmente col marmo, partendo dalle opere realizzate in collaborazione col padre fino a quelle degli ultimi anni. Otto le sezioni: L’Apprendistato con Pietro; La Giovinezza e la nascita di un genere: i putti; I gruppi borghesiani; Il restauro dell’antico; I busti; La pittura; Bernini e Luigi XIV; Il mestiere di scultore: i bozzetti. E la Santa Bibiana restaurata in occasione della mostra che costituisce un caso a sé. Bernini mostra tutto il suo fascino spettacolare fin dalla prima sala. Su una pedana sono disposte le opere frutto della collaborazione fra Gian Lorenzo e il padre. A cominciare dalle “Stagioni” del 1620 commissionate da leone Strozzi a Pietro, passate agli Aldobrandini all’inizio dell’Ottocento, riconosciute nel ’66 da Federico Zeri come opera dei due Bernini. “L’Inverno” è intabarrato con un mantello di pelle di pecora, come un pastore della campagna romana, mentre nella “Primavera” il brano di natura morta è ascrivibile forse a Gian Lorenzo. Sulla stessa scena “Il satiro a cavallo di una pantera” da Berlino, “La Verità” svelata dal tempo, opera allegorica profana, ricollocata nel salone d’ingresso sotto l’affresco settecentesco di Mariano Rossi e una delle prime sante del Cristianesimo, “Santa Bibiana”, commissionata a Bernini da Papa Urbano VIII in previsione del Giubileo del 1625. E’ la prima scultura pubblica di soggetto sacro dell’artista che scolpisce una figura a metà strada fra una santa e una ninfa. L’opera che è stata restaurata in un cantiere aperto nel portico d’ingresso della Galleria tornerà nella chiesa sull’Esquilino da cui venne spostata solo per salvarla dai bombardamenti dell’ultima guerra.

E si continua al pianterreno da un capolavoro all’altro. Tutta la mostra è giocata sui rimandi per analogia o per contrasto. La “Capra Amantea” ritenuta a lungo la prima opera di Bernini è accanto ai due Putti, quello realizzato per Leone Strozzi oggi a Berlino e quello di Los Angeles. Al centro i monumentali gruppi borghesiani conservati nel museo. L’“Enea e Anchise” è il primo del 1619. Il tema della fuga da Troia che avrebbe dato i natali alla stirpe romana, è tratto dal secondo libro dell’Eneide di Virgilio. E’ accostato al dipinto di Federico Barocci con lo stesso soggetto che è stato spostato dalla Pinacoteca dove solitamente di trova. Quindi il “Ratto di Proserpina” del 1621, donato da Scipione al cardinale Ludovico Ludovisi. La violenza e la concitazione in contrasto con la serenità e la quiete dell’ “Ares Ludovisi” di Palazzo Altemps restaurato da Bernini che aggiunse l’Amorino, poi “Apollo e Dafne” a cui collaborò anche Giuliano Finelli. E il “David” (il quarto in ordine cronologico), colto nel momento decisivo del lancio che avrebbe portato alla sconfitta di Golia. Prestato eccezionalmente dal Louvre l’”Ermafrodito”, colto nel sonno a pancia in giù, torna nella sala dove si trovava prima della vendita a Napoleone. Del II sec. d. C. in marmo, è una copia da un originale greco. Forse l’integrazione del piede sollevato in aria si deve a uno sconosciuto David Larique, ma il morbido materasso di marmo fu aggiunto ex novo da Bernini che non teneva in grande considerazione la sua attività di restauratore della scultura antica (svolta magistralmente dal padre, si pensi al “Marco Curzio”), tanto che i suoi biografi non ne parlano.

Alla teatralità del pianterreno corrisponde a pieno quella del livello superiore dove viene posta l’attenzione sul mestiere dello scultore, sulla prassi concreta dello scolpire attraverso la visione ravvicinata di bozzetti, terracotte e bronzi autografi. Ad accogliere il visitatore è anzitutto la parata dei busti in marmo e bronzo e dei ritratti nella cosiddetta Loggia di Lanfranco. Una messa in scena che niente ha da invidiare al più smaliziato scenografo. Del resto Bernini all’impegno nella scultura e nella pittura affiancava quella di creatore di feste e apparati effimeri, di regista e interprete di spettacoli. Sotto la volta affrescata da Lanfranco con il Concilio degli dei, uno accanto all’altro, si offrono all’ammirazioni i busti dei suoi cardinali, Scipione Borghese anzitutto, e dei suoi papi Urbano VIII Barberini, Paolo V Borghese, Alessandro VII Chigi, Gregorio XV Ludovisi, Clemente IX Rospigliosi e del cardinale Richelieu tratto da un dipinto (non l’aveva mai visto). L’allestimento mosso e brillante alterna dipinti e sculture. Sulle pareti tutti gli autoritratti giovanili e quelli in età matura, i ritratti fra cui quello dei “Santi Andrea e Tommaso apostoli” dalla National Gallery di Londra, mentre i busti in marmo e bronzo di cardinali e papi sono al centro della sala. Alla fedifraga e splendida amante Costanza Piccolomini Bonarelli moglie di Matteo Bonarelli che lavorava nella bottega di Gian Lorenzo è riservato un posto d’onore in mezzo ai dipinti. E contro la parete dei Caravaggio “Anima beata” e “Anima dannata” dell’Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede.

A chiudere bozzetti, studi e modelli, sullo sfondo della “Danae” di Correggio e nella sala della pittura veneta fra “Amor sacro e amor profano” di Tiziano. Ci sono lo studio a penna e inchiostro per il “Monumento equestre di Luigi XIV” e il modello in terracotta che conserva le tracce delle dita dell’artista allora settantenne, i bozzetti preparatori per le statue degli angeli di Ponte Sant’Angelo, i modelli preparatori per le statue della Cappella Chigi in Santa Maria del Popolo e numerosi modelli monumentali della Fontana dei Fiumi in materiali diversi: legno, terracotta, cera, metallo, lavagna. E in bronzo dorato.

Galleria Borghese, Piazzale Scipione Borghese, 5 Roma. Orario. Dal martedì alla domenica dalle 9,00 alle 19,00. Fino al 4 febbraio 2018. Prenotazione obbligatoria al numero 06-32810. Informazioni www.galleriaborghese.it Per la durata della mostra costo d’ingresso: Intero € 20,00 + € 2,00 di prenotazione. Ridotto: € 13.00 + € 2,00 prenotazione.