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A Roma esposte per la prima volta oltre 100 opere per "Arcimboldo"

Laura Gigliotti

Arriva per la prima volta a Roma, ospitato fino all’11 febbraio 2018 a Palazzo Barberini, “Arcimboldo”, una grande esposizione curata da Sylvia Ferino-Pagden, una delle più qualificate studiose del Rinascimento, già direttore della Pinacoteca del Kunsthistorisches Museum di Vienna, organizzata dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica guidate da Flaminia Gennari Santori e da Mondo Mostre (catalogo Skira). Un centinaio le opere, di cui una ventina capolavori autografi di Arcimboldo (1526 – 1593) rari e difficili da ottenere in prestito, provenienti da musei e collezioni private, dall’Italia e dall’estero, Svizzera, Germania, Svezia, Stati Uniti, Canada.

La mostra, articolata in sei sezioni, si apre con una sala introduttiva. Accanto al celebre “Autoritratto” di Arcimboldo, coperto di fogli di carta, scoperto a Genova negli anni ’90 (datato 1587, anno del suo definitivo rientro a Milano, fra e rughe della fronte è scritto 61, l’età dell’artista). La carta per tramandare il suo desiderio di essere considerato un poeta, un filosofo. E poi i letterati e gli umanisti che promossero e diffusero la sua fama con i loro scritti. Sono Giovanni Paolo Lomazzo (in mostra un Autoritratto da Vienna), Paolo Morigia e Gregorio Comanini. E’ a loro, che tornato a Milano, Arcimboldo racconta la sua vita trascorsa alla corte asburgica di Vienna e di Praga (dal 1562 al 1587) chiamato da Ferdinando I (come “pittore di sua maestà reale” alle dirette dipendenze dell’arciduca Massimiliano), e riconfermato da Massimiliano II e da Rodolfo II, che sposta la corte da Vienna a Praga e nel 1592 lo nomina “conte palatino”.

Conoscere la biografia di Giuseppe Arcimboldi, che si richiamava alla nobile famiglia omonima, è importante per comprendere a pieno il senso delle sue creazioni, regno del paradosso e del contraddittorio. Una vita passata dalla fama all’oblio, fino alla riscoperta con Dalì e i Surrealisti. Nato a Milano, fa il suo apprendistato accanto padre Biagio pittore e lavora con lui, disegnando cartoni per vetrate alla fabbrica del duomo, da cui vengono due splendide vetrate policrome di Santa Caterina d’Alessandria. Dipinge anche a un grande affresco al duomo di Monza con Giuseppe Meda e progetta un arazzo con la “Dormitio Virginis” per il duomo di Como, presente in mostra. Un ambiente, quello milanese, molto stimolante sul versante artistico. Aveva visto la presenza di Leonardo, di cui circolavano codici e disegni caricature comprese (che venivano copiati e ricalcati), e dei leonardeschi. Aspetto caratteristico dell’arte milanese la produzione di oggetti di lusso. In città era attivo anche Leone Leoni scultore ufficiale della corte di Spagna, dal 1542 medaglista nella zecca di Milano. Richiestissimi i tessuti di seta (esposta una serie di disegni di manifatture), e molto apprezzati cristalli di rocca, marmi, oreficerie, medaglie, armature, orologi. Oggetti ambiti dai collezionisti e dalle corti di tutta Europa.

Un’occasione dunque da non perdere anche perché la mostra ricostruisce la temperie culturale del tempo attraverso dipinti del maestro e di artisti coevi, di edizioni illustrate che danno conto delle ricerche scientifiche in atto (disegni di Arcimboldo si trovano nei trattati di Ulisse Aldrovandi), nonché di oggetti molto amati dai collezionisti e dagli amanti dell’esotico che facevano bella mostra nelle loro Wunderkammer (stanze delle meraviglie). Un’epoca di grande fermento scientifico e di fondamentali scoperte geografiche. Il nuovo mondo si riverbera nel vecchio invadendolo, fra l’altro, di fiori e frutti esotici che compaiono per la prima volta in dipinti e decorazioni murali. Ed esplode il gusto per l’esotico e il raro. L’accoppiamento fra oggetti di natura come conchiglie, coralcorni di rinoceronte, zanne di tricheco con materiali preziosi rappresenta per le classi colte il massimo della raffinatezza. Ma esotica e rara è anche la deformità. Ammirati e coccolati sono i nani che popolano le corti o le famiglie pelose dipinte da Pedro Gonzales e Fede Galizia.

Alla corte asburgica Arcimboldo, originale ed eclettico, oltre a ritrarre la famiglia imperiale, in mostra alcuni ritratti delle arciduchesse, si occupa di spettacoli, organizza tornei, cerimonie, disegna costumi e oggetti per le feste in dialogo con altri artisti presenti a Vienna come i milanesi Miseroni, specializzati in oreficeria. Ma pur essendo così ampio lo spettro della sua creatività saranno le teste composite, il nucleo della sua arte, a renderlo unico nel panorama dell’arte occidentale. Sono “L’estate” e “L’inverno” che realizza già a Milano, fra il 1555 e il 1560 che ora si trovano a Monaco di Baviera. Ma è subito dopo l’arrivo a Vienna che Arcimboldo dipinge le due serie delle “Quattro stagioni” e dei “Quattro elementi”, concepite probabilmente per essere viste insieme. Il tema di ogni quadro era sviluppato con oggetti associati alla stagione o all’elemento del titolo, fiori e piante per “La Primavera”, radici e rami contorti per “L’Inverno”, legni che bruciano e armi per “Il Fuoco”, pesci e animali acquativi per “L’Acqua”. Sul loro significato è stato scritto di tutto e di più. Volti ritratti di profilo, con una tecnica combinatoria che mette insieme oggetti diversi, elementi naturali, animali, frutti, fiori, minerali, di cui l’artista ha una conoscenza scientifica approfondita. E ricchissimi di rimandi, di significati reconditi, di doppi sensi, di allusioni a personaggi e funzioni. Ogni immagine può nasconderne un’altra. Così nel mantello di paglia dell’”Inverno” si legge la M di Massimiliano, mentre nel “Fuoco” compare la doppia aquila asburgica e il collare dell’Ordine del Toson d’Oro. E tornato a Milano nel 1591 trasforma l’imperatore nell’allegoria di “Vertunno”, dio delle stagioni e delle metamorfosi. Rodolfo composto da frutta e piante di ogni stagione ad alludere alla pretesa degli Asburgo di regnare su un macrocosmo di eterna primavera, in cui sarebbe iniziata l’età dell’oro, scrive Andreas Beyer.Un tempo in cui non mancano le composizioni erotiche. Esposto un famoso piatto di maiolica realizzato nel 1536 da Francesco Urbini dalla collezione italiana dell’Ashmolean di Oxford. E’ un ritratto di profilo composto interamente di membri virili. Ci sono poi le teste reversibili, come “Il cuoco”, “L’ortolano” che cambiano di senso se capovolte e vanno viste con uno specchio, come avviene in mostra. E le pitture ridicole. Un tema, quello dell’umorismo e del riso, molto importante per gli umanisti nel Cinquecento quando la conversazione spiritosa diventa un’arte. “Il gioco, come l’ilarità, la facezia e la burla sono chiavi essenziali per comprendere la cultura rinascimentale”, scrive in catalogo la curatrice Ferino-Pagden che ricorda come tuttavia “grilli, scherzi, capricci e ghiribizzi” di Arcimboldo non siano da leggere semplicemente come giochi e allegorie imperiali. E’ un artista dai molteplici significati, che richiama alla mente illustri maestri. Per le caricature Leonardo e per la natura morta Caravaggio.

Palazzo Barberini, via delle Quattro Fontane, 13 Roma. Orario: martedì – domenica 9.00 -19.00, fino all’11 febbraio 2018 (chiuso 25 dicembre, 1° gennaio). Informazioni: tel.06-4824184 e www.arcimboldoroma.it Prenotazioni: tel. 06-81100257