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Monet. Capolavori dal Musée Marmottan Monet, Parigi

Laura Gigliotti

E’ intitolata semplicemente “Monet” la mostra aperta al Vittoriano fino all’11 febbraio 2018 (catalogo Arthemisia Books). Sessanta opere che ripercorrono tutta la vita dell’artista dagli esordi come caricaturista alle meravigliose Ninfee, ai dipinti degli ultimi anni, quando ci vede sempre di meno. Allora scompare la figurazione e dominano i colori sfumati. Sono creazioni modernissime che influenzeranno certa pittura molto più tarda. In mostra anche alcune opere degli ultimi due decenni di vita contraddistinte da una grande libertà espressiva, fra figurazione e astrazione, che il pittore preferisce conservare presso di sé nella sua “casa dall’intonaco rosa”, a Giverny, consapevole che non sarebbe stato capito.

Promossa dall’Assessorato alla cultura capitolino, con il patrocinio dei Beni Culturali e della Regione Lazio, organizzata dal Gruppo Arthemisia, curata da Marianne Mathieu vice-direttore del Museo Marmottan di Parigi da cui provengono i dipinti, la grande retrospettiva dedicata a Claude Monet (1840-1926), presenta una sessantina di opere che danno conto dell’intero percorso artistico di uno dei padri dell’Impressionismo, a partire dai primissimi lavori realizzati da ragazzo, le celebri caricature degli anni cinquanta dell’Ottocento con cui guadagnò i primi soldi e la fama nella sua città natale Le Havre, esposte nella prima sezione della rassegna.

E’ dedicata all’intimità familiare la seconda sezione. Fra i pochissimi ritratti infatti vi sono quelli dei figli di primo letto Jean e Michel. Per il pittore la famiglia ebbe sempre un ruolo chiave e dopo la scomparsa nel 1879 a solo trentun anni della prima moglie la modella Camille (il dolore si riverbera sulla sua pittura dai colori acidi e irreali), l’artista che adorava i bambini, si legò alla moglie del suo mecenate, Alice Hoschedé, allevando insieme ai suoi i sei figli di lei.

La rassegna che si snoda lungo le sale del Vittoriano fra proiezioni, effetti di luce, pavimenti che simulano percorsi acquatici e pannelli illustrativi, presenta le diverse stagione della produzione dell’artista seguendo il filo rosso della sua vita e delle sue passioni. La pittura prima di tutto, ma subito dopo la natura. Monet “non era un pittore in verità ma un cacciatore - diceva Guy de Maupassant - davanti al suo soggetto, restava in attesa del sole e delle ombre, fissando con poche pennellate il raggio o la nube che passava…E sprezzante del falso e dell’opportuno, li poggiava sulla tela con velocità”. E diceva che se non avesse fatto il pittore avrebbe fatto il giardiniere. “Il mio giardino è l’opera d’arte più bella che io abbia creato - diceva – un’opera lenta, perseguita con amore. E non nascondo che ne vado fiero”.

La sua creatura è Giverny che acquista nel 1890 e che trasforma piantandovi alberi da frutto, fiori selvatici e rari, rose, ciliegi giapponesi, agapanti e piante acquatiche che diventano soggetti della sua pittura. E qui allestisce il primo dei suoi atelier, “un regno colorato e impregnato dal profumo dei fiori”. E impianta le ninfee che diventano la sua ossessione, dipinte in serie dal 1903. Ma prima di scoprire a Giverny i suoi soggetti prediletti, Monet batte la campagna francese, la Normandia, la Bretagna, si ferma ad Argenteuil. Si reca speso all’estero, a Londra più volte dove scopre la pittura di Turner e Constable con i loro effetti di luce, nei Paesi Bassi, in Italia. E in Liguria dipinge il castello di Dolceacqua.

Le opere in mostra raccontano questo percorso di vita e d’arte, molte sono notissime, altre meno. Dai dipinti della Normandia “Barca a vela. Effetto della sera” 1885 a “Barche nel porto di Honfleur” del 1917, ai qua inglesi, “Ponte di Charing Cross” 1901,”Londra. Il parlamento. Riflessi sul Tamigi” 1905. E i capolavori legati al giardino, al mondo vegetale, rose, glicini, ninfee, i ponti giapponesi, i salici piangenti, il giardino acuatico, costante fonte d’ispirazione. Immagini sempre più irreali in cui cielo, nuvole e fiori scompaiono in un tripudio di vibrazioni di colore.

Nell’ultima fase di vita, Monet incoraggiato dal suo potente Georges Clemenceau e dalla figliastra Blanche, affronta il progetto delle grandi decorazioni per celebrare la fine della Grande Guerra. E’ la serie dei pannelli monumentali che dovevano essere posti in due sale ovali dell’Orangerie delle Tuileries. In mostra una serie di grandi pannelli preparatori che documentano la ricchezza espressiva dell’ultima fase della sua carriera che secondo la curatrice sarebbe giusto definire “arte non figurativa”. Come dice il sottotitolo della mostra, tutte le opere vengono dal Museo Marmottan – Monet che deve il suo nome a Paul Marmottan, un erudito collezionista, che nel 1932 lasciò in eredità all’Académie des Beaux-Arts di Parigi il palazzo e le sue collezioni d’arte del Rinascimento e del XVIII e XIX secolo. Un patrimonio che si è arricchito nel tempo grazie a generose donazioni di quadri di impressionisti, fra cui nel 1939 quella di Victorine Donop de Monchy, figlia del dottor Georges de Bellio e nel 1966 di Michel Monet secondogenito dell’artista. Vi è anche “Impressione, levar del sole”, da cui deriverà il termine ”Impressionismo” ripreso per la prima volta in un articolo del giornale satirico “Le Charivari”. La tela venne dipinta nel 1872 dal giovane Monet dalla finestra di una camera dell’Hotel de l’Amirauté. Rappresenta il panorama del porto esterno di Le Havre, avvolto nella bruma al sorgere del sole. Due anni dopo, Edmond Renoir, curatore del catalogo della prima mostra presso il fotografo Nadar della Società Anonima di pittori, scultori, incisori e litografi in cui viene esposta l’opera, chiede all’autore di dare un titolo a quella marina dal soggetto indefinito. E Monet “dato che non poteva passare per una veduta di Le Havre”, gli rispose “metta Impressione”. Un’opera cardine, che è diventata un’icona, rimasta per qualche anno nella collezione di Ernest Hoschedé, comprata all’asta da Georges de Bellio uno dei primi collezionisti degli impressionisti di cui era amico e medico, sarà donata dalla figlia insieme ad altri dipinti di Monet e di altri impressionisti al Museo Marmottan. Che grazie a questi lasciti conserva la più grande collezione al mondo di opere d’arte di Monet.

Complesso del Vittoriano - Ala Brasini. Via San Pietro in Carcere, Roma. Fino all’11 febbraio 2018. Orario: dal lunedì al giovedì 9.30 – 19.30; venerdì e sabato 9.30 - 22.00; domenica 9.30 – 20.30. Informazioni e prenotazioni: 06-8715111 e www.ilvittoriano.com