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Piranesi la fabbrica dell'utopia

Laura Gigliotti

Giovanni Battista Piranesi, Veduta del Campidoglio e di S. Maria d'Aracoeli,1746-1748,acquaforte, Museo di Roma

Occupa l’intero primo piano di Palazzo Braschi la mostra “Piranesi. La fabbrica dell’utopia”, in scena fino al 15 ottobre. Le opere sono esposte in ventidue sale, circa novecento metri quadrati di spazi recuperati alla fruizione pubblica in occasione della mostra dedicata ad Artemisia Gentileschi. Un successo che potrebbe ripetersi per una mostra “splendida, che sembra pensata per questo palazzo anche per una serie di riferimenti visivi”, dice il sovrintendente Claudio Parisi Presicce annunciando di aver ritrovato due anni fa durante i lavori nel Palazzo Senatorio tracce di un camino che si sa disegnato da Piranesi.

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e Sovrintendenza Capitolina, organizzata da Zètema e MetaMorfosi, curata da Luigi Ficacci e Simonetta Tozzi, presenta oltre duecento opere grafiche delle collezioni del Museo di Roma e della Fondazione Giorgio Cini di Venezia. Queste ultime provengono da un esemplare dell’edizione in 24 volumi pubblicata a Parigi tra il 1800 e il 1807 dalla ‘Calcographie des Piranesi frères” che riporta l’opera incisoria integrale di Piranesi. L’edizione fu acquista dalla Fondazione Cini nel 1961.

Dopo le esperienze veneziane accanto a vedutisti, incisori, architetti e scenografi, quando nel 1740 Giovan Battista Piranesi (1720-1778) a vent’anni come disegnatore giunge per la prima volta a Roma al seguito della delegazione diplomatica del nuovo ambasciatore della Serenissima Francesco Venier, la città centro della cattolicità è una grande metropoli cosmopolita, capitale delle arti e dello studio dell’antico. Ma ben presto seguiranno anni di crisi, anni calamitosi e la rivoluzione francese. Eppure in quel tempo per volere di Pio VI Braschi si realizzava “ un palazzo che è un gioiello di misura classica e rinascimentale”, dice Ficacci.

Appresi i rudimenti dell’incisione a Venezia, Piranesi sperimenta a Roma tutte le possibilità espressive dell’acquaforte presso Giuseppe Vasi. Comincia a incidere il primo nucleo di vedute di grande formato intorno al 1745. Nel 1778 le “Magnificenze di Roma” comprende una selezione di 34 tra le prime “Vedute di Roma”. E continuerà per tutta la vita. La sua prima bottega è a via del Corso di fronte all’Accademia di Francia di Palazzo Mancini, poi affida le sue stampe all’editore Bouchard, infine nel 1761 si trasferisce a Palazzo Tomati in via Sistina e apre il grande studio-calcografia dove lavoro insieme con i figli. Per facilitare gli acquisti pubblica dei cataloghi, splendidi fogli incisi, rarissimi e scrive sotto ogni incisione “Presso l’autore a Strada Felice nel Palazzo Tomati vicino alla Trinità dei Monti. A due paoli e mezzo”.

Il primo nucleo della serie della città comprende dodici tavole, i luoghi essenziali do Roma moderna cresciuta sulla città antica, dal polo civico del Campidoglio a piazza del Popolo, l’ingresso sacro della città, con le due chiese gemelle. Il successo di questo primo gruppo apre la strada all’accrescimento della raccolta con la meditazione sull’antico, i Fori, gli avanzi delle Terme di Diocleziano (occupate dall’ospizio dei padri Certosini), le vedute di Monte Cavallo, le basiliche cristiane sorte su terme e sacelli pagani, le ville antiche e moderne, i grandi cantieri che nel Settecento rinnovano il volto di Roma. Il Porto di Ripetta di Alessandro Specchi, la Scalinata di Trinità dei Monti di Francesco De Santis, Fontana di Trevi di Nicola Salvi. E le basiliche restaurate, fra le polemiche, di San Giovanni in Laterano, S. Maria Maggiore, S. Croce in Gerusalemme. E due ville moderne, villamphili e villa Albani. Di Villa Adriana, da cui era affascinato, Piranesi (che contribuì a scoprire insieme all’rchitetto Clérisseau facendosi largo a colpi d’ascia fra i rovi), non riuscì a portare a compimento l’opera monografica ma fece solo molte incisioni. Il successo dell’opera di Piranesi supera i confini. Il “designer” Piranesi è tanto influente in Inghilterra da trasformare la visione delle antichità romane e da introdurre una concezione nuova della decorazione basata su un uso immaginifico ed eclettico del passato, incidendo su scrittori e poeti.

Se nel Seicento si veniva in Italia alla ricerca delle antichità classiche, nel Settecento il Grand Tour diventa il viaggio di formazione dell’aristocrazia britannica, favorendo la formazione di importante collezioni d’arte, la decorazione di case di campagna, la promozione di scavi archeologici e fornendo fonti d’ispirazione a non finire agli architetti del tempo. Non meno significativa la sua influenza sull’arredamento e la decorazione degli interni che anticipa la moda. Con Diverse maniere d’adornare i cammini, propone alla clientela internazionale camini, candelabri, vasi, cippi e decorazioni delle pareti, utilizzando frammenti di pezzi antichi, rielaborati e assemblati da abili restauratori come Cavaceppi.

Architetto, incisore, editore, mercante di stampe, imprenditore (con la dote della moglie si compra carta e rami oggi conservati alla Calcografia Nazionale), è una figura nuova nel panorama del suo tempo, eppure quando si pensa a Piranesi viene in mente soprattutto l’incisore, il superbo interprete di Roma e della sua storia. E infatti gran parte dell’esposizione, 14 sezioni su sedici, presentano le acqueforti che hanno per soggetto Roma, quella moderna e quella antica che stava emergendo, quelle rovine tanto amate dai viaggiatori del Grand Tour. In mostra anche la “Nuova Pianta di Roma” (ristampa) di Giovan Battista Nolli del 1748, basata su rilevamenti scientifici della compagine urbana, e punto da cui partire per elaborare progetti e riforme, a cui collaborò lo stesso Piranesi. Quel Nolli che lavorò alla sistemazione dei frammenti della “Forma Urbis” severiana lungo le scale del Palazzo Nuovo dei Musei capitolini. Nella stessa sala di Piranesi la “Pianta di Roma e frammenti della Forma Urbis” e le sue piante dell’Appia Antica e di Campo Marzio. E i marmi oggi conservati nelle collezioni della Sovrintendenza derivati dalla Forma Urbis, la prima pianta di Roma fatta scolpire su pietra da Settimio Severo che anche Piranesi tentò di ricostruire nella sua originaria composizione.

L’unica opera di architettura realizzata di Piranesi, Santa Maria del Priorato dei Cavalieri di Malta sull’Aventino, di cui il cardinal nepote (di papa Clemente XIII) Giovan Battista Rezzonico era Gran Piore, è presentata nella penultima sezione della mostra, interpretata dalle fotografie in bianco e nero e a colori di Andrea Jemolo. L’ultima sezione ci mostra un Piranesi lontano da Roma, con lo sguardo su Paestum che nel 1848 si cominciava a scavare.

Piranesi “un genio smisurato” per Luigi Ficacci che individua in questa dimensione di alterazione la sua cifra specifica così come nella carica innovativa dell’architetto. Un innovatore per la storia dell’acquaforte, per la storia del libro, per l’inedito rapporto fra iconografia e testo e per la storia del disegno e delle sue diverse specialità. E altrettanto nel campo della cultura archeologica e della veduta. E addirittura “rivoluzionario” per ciò riguarda l’iconografia dell’Urbe, ricorda Ficacci. Ne “Le Vedute di Roma” si definiva “architetto veneziano” volendo andare oltre il semplice fabbricare, esaltando la qualità di invenzione di nuove visioni, del mondo nuovo che ha nell’Urbe (vista come vestigia dell’antico, nella sua dimensione occulta, come la Roma repubblicana ed imperiale), la sua matrice, la sua fabbrica. L’attenzione è puntata sul Piranesi architetto conscio di un compito epocale, l’utopia di costruire una nuova Roma degna di quella antico romana. “Una modernità di Roma pari alla sua antica maestà e magnificenza”, scrive in catalogo Ficacci.

La mostra, allestita con sobrietà ed eleganza da Michelangelo Lupo, si snoda lungo le sale del palazzo (superando la Sala Grande da cui si gode l’affaccio su Piazza Navona, rappresentata in una splendida acquaforte posta a fianco), distinta in sedici sezioni, a cominciare dall’introduzione con i ritratti e la biografia dell’artista. Il ritratto accademico del giovane Carlo Labruzzi del 1779, l’erma che Antonio Canova commissionò a Antonio d’Este nel 1816 per il Pantheon collocato nel 1820 nella Protomoteca Capitolina, il Ritratto di Francesco Piranesi incisore e Giuseppe Cades disegnatore (frontespizio della seconda edizione postuma de “Le Antichità Romane) e quello di Felice Polanzani sotto il quale emerge a caratteri capitali la dicitura, che avrebbe dettato lo stesso artista ,“Jo. Bat.Piranesi Venet. Architectus”.

Seguono le altre sezioni, architettura, progetto, veduta, capriccio, immaginazione, ricostruire l’antico, vestigia monumentali occulte e sotterranee, vasi, candelabri, cippi, lo stile Piranesi, le grandi opere d’ingegneria idraulica, le carceri d’invenzione. Immagini della città rese da angolazioni inusuali, con scorci mai visti, prospettive ardite, ricche di particolari, animate dalla presenza della gente. Dalle dimensioni smisurate e dai violenti effetti luministici. Sono esposte stampe tratte dalle grandi “Vedute di Roma”, dai fantasiosi “Capricci” eseguiti ancora sotto l’influsso di Tiepolo, dalle raccolte di “Antichità romane” e dalle celeberrime e stranianti visioni a bulino delle “Carceri” dai drammatici contrasti luce ombra. Che grazie al contributo e alla tecnologia del Laboratorio di Robotica Percettiva della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa si possono vedere lungo ponti, anfratti, grate, ingranaggi, percorsi labirintici e infinite scale in una sala immersiva, armati di occhialetti, in versione tridimensionale. Come è avvenuto per il “Codice sul volo degli uccelli” di Leonardo esposto a Palazzo Caffarelli. Alle stampe si alterna nelle diverse sale, rendendo il percorso più vario, un ampio repertorio di oggetti ricavati in tecnologia 3D dall’Atelier Factum Art di Madrid diretto da Adam Lowe. Sono ricreazioni piranesiane tratte dalle “Diverse Maniere di adornare i Cammini” o di alcuni pezzi antichi riprodotti e divulgati da Piranesi nella serie dei “Vasi candelabri cippi sarcofagi tripodi…”. Come il famosissimo tripode del Tempio di Iside a Pompei, diventato un pezzo insostituibile dell’arredo neoclassico e stile impero.

Museo di Roma Palazzo Braschi, Piazza Navona 2, Piazza San Pantaleo 10. Orario: dal martedì alla domenica dalle ore 10.00 alle ore 19.00, chiuso il lunedì (la biglietteria chiude alle 18.00). Fino al 15 ottobre 2017. Informazioni: tel. 060608 e www.museodiroma.it