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I colori della prosperità: frutti del vecchio e nuovo mondo

Laura Gigliotti

Cerere_particolare nel visibile

Si contano quasi 170 specie di frutti e fiori, oltre radici, bulbi, fusti, foglie, funghi nei festoni che decorano la Loggia di Amore e Psiche della Farnesina, progettati da Raffaello e dipinti da Giovanni da Udine. “Sono le maniere di frutte e biade che in quell’opera si veggiono, che, per non raccontarle ad una ad una, dirò solo che vi sono tutte quelle che in queste nostre parti ha prodotto la natura”, scriveva Giorgio Vasari ne “Le Vite”. “Un primato di bio-diversità” che non ha uguali fra le rappresentazioni artistiche di tutti i tempi, precisa Giulia Caneva, una botanica già autrice di una monografia sulla flora della Loggia, che con il chimico linceo Antonio Sgamellotti ha curato la mostra “I colori della prosperità: frutti del vecchio e nuovo mondo” allestita in alcune sale private della Farnesina, riaperte per l’occasione, fino al 20 luglio 2017 (catalogo Bardi Edizioni). Una mostra incentrata sui festoni, le “piante delle feste” che suscitano meraviglia, che sono espressione di ricchezza e potere e alludono all’amore e all’erotismo, filo conduttore di tutta la residenza, intesa come luogo di delizia. “Quado entro qui mi sento sempre un ospite perché qui si respira il soffio dell’infinito, la forza della natura e la concretezza del potere”, dice il professor Alberto Quadrio Curzio, presidente dell’Accademia dei Lincei di cui la Farnesina è dal ’48 sede di rappresentanza.

Alla comunicazione visiva delle immagini affrescate sulla volta, alle conoscenze artistiche, ai significati allegorici, agli esiti dell’indagine scientifica sui pigmenti utilizzati, vengono accostati in una sala alcuni preziosi trattati naturalistici illustrati della Biblioteca Corsiniana. Dal “De materia medica” di Dioscoride al “De historia stirpium commentarii insignes…” di Leonhard Fuchs pubblicato nel 1542. Dal libro all’affresco e viceversa. Accanto c’è una sala cinema dedicata a Raffaello, alla villa e alla sua storia. Una mostra che il professor Sgamelloti si augura di poter esportare in giro per il mondo, nei 12 paesi extraeuropei da cui provengono i frutti. ”Un sogno”, dice ma che si potrebbe avverare a cominciare dal Messico. Intanto la prossima tappa sarà alla Normale di Pisa.

La dimora privata di Agostino Chigi, il “Magnifico”, mecenate e banchiere dei Papi Alessandro VI, Giulio II e Leone X, chiamata la Farnesina per via del cardinale Alessandro Farnese proprietario alla fine del XVI secolo, fu realizzata, su progetto del senese Baldassarre Peruzzi, vicino a Porta Settimiana, fra la Lungara e il Tevere, in una zona che dopo le ville dell’età classica era ridotta a vigne e orti. Una villa suburbana costruita secondo le regole di Vitruvio, che diventa modello esemplare di residenza rinascimentale, affrescata da artisti come lo stesso Peruzzi, il Sodoma, Sebastiano del Piombo, Giulio Romano e Raffaello gran regista dell’operazione a capo della sua bottega. Le sue sale che accoglievano artisti, principi, cardinali e lo stesso Papa Leone X per letture poetiche e discussioni filosofiche, si aprivano su un prezioso giardino ricco di piante rare, frammenti marmorei, iscrizioni classiche e statue antiche, degna cornice di tanto consesso. Con quella loggia, di cui hanno scritto nel corso dei secoli i più illustri visitatori italiani e stranieri, che costituisce l’elemento di raccordo fra l’interno e il viridarium, affrescata con le storie tratte dalla favola mitologica di Amore e Psiche desunta dalle “Metamorfosi” o “Asino d’oro” di Apuleio. E’ Raffaello a individuare in Giovanni da Udine, uno dei suoi più validi collaboratori, il pittore ideale in possesso di adte conoscenze naturalistiche e di peizia tecnica, per realizzare quei festoni di verzura e frutti che circondano le immagini mitologiche formando uno speciale pergolato. Festoni gioiosi e augurali che si ricollegano alla tradizione classica, che saranno ripresi da artisti come Mantegna e Crivelli.

Proprio sulla volta e nei pennacchi della Loggia di Amore e Psiche da cui si entrava nella palazzina (l’attuale ingresso dava nel piccolo giardino segreto, ispirato al monastico “hortus conclusus”), si trova un catalogo di frutti e piante del vecchio e nuovo mondo, come non si era mai visto. Specie vegetali antiche e ben note. Frequenti le piante europee, asiatiche ed euroasiatiche come mele, pere, pesche, sorbe, ciliegie. Molti agrumi caratteristici del sudest asiatico e specie indiane come cetrioli, cocozze, cetrioli, melanzane, o provenienti dal Caucaso, dalla Persia, dal Medio Oriente come melograni, mele cotogne, uva, gelsi, grano. E naturalmente quelle tipiche del Mediterraneo, olive, carrube, cardi, cavoli, carciofi, corbezzoli. Ma anche rare ed esotiche come angurie, meloni, datteri, sorgo delle regioni tropicali del vecchio mondo, Africa e Asia. Piante che vengono da tutti i continenti, eccetto l’Australia che non era stata ancora scoperta. E piante eccezionali e sconosciute come il mais (chiamato anche granturco perché si riteneva di provenienza asiatica), zucche, zucchine, forse fagioli, provenienti dal nuovo mondo, scoperto appena una ventina d’anni prima. La Loggia come “il pergolato del mondo”, il documento più antico dell’introduzione delle piante riportate da Colombo in Europa. Un manuale d’arte e nello stesso tempo un libro di scienza. Piante e frutti che il pittore deve aver ritratto dal vero tanto sono vivi e “naturalissimi”, scrive Vasari. E s’ipotizza che lo stesso Agostino Chigi abbia ottenuto alcuni esemplari e li abbia piantati nel suo giardino di meraviglie.

L’ultimo grande restauro della Loggia, realizzato da un’équipe interdisciplinare dell’Istituto Centrale del Restauro (come si chiamava allora), risale al 2000. Da ricordare che fra il 2014 e il 2015 è stata restaurata, grazie a un generoso contributo svizzero, la Galleria delle Grottesche, un corridoio riservato che conduceva alle stanze private di Francesca Ordeaschi, consorte di Agostino Chigi. Nel 2000 vennero impiegati sia metodi tradizionali che tecniche e materiali nuovi. Anche in questo caso sono molte e diverse le competenze messe in campo, dal Mibact all’ENEA, al CNR, alle Università di Perugia e Roma Tre. Nel 2000 non c’erano le tecnologie non invasive di cui oggi si dispone. Come “Imaging infrarosso (IR)” o “Mapping XRF”. La fluorescenza a raggi X (XRF) consente d’individuare gli elementi chimici presenti nell’affresco. Disponendo di sistemi portatili è stato possibile indagare, senza alcun prelievo e senza toccare la superficie, ampie zone della volta. Sono state scelte nove aree d’interesse nei festoni vegetali, una in corrispondenza della testa di Cerere e un’altra sul bordo del finto arazzo del Concilio degli dei. Sono stati individuati coloranti e leganti e scoperti i disegni preparatori, i pentimenti dell’artista, come la spiga non visibile nella corona di Cerere e l’impiego di pigmenti a base di piombo, stagno e antimonio per ottenere certe tonalità. Sostanze che circolavano nelle botteghe di ceramisti e vetrai, che compaiono per la prima volta in una pittura murale. Nuove anch’esse come alcuni frutti rappresentati.

A questa novità se ne aggiunge un’altra di non poco conto che dovrebbe dare una forte spinta alla conoscenza de La Farnesina. La creazione di un sistema interattivo consente di navigare nella Loggia, una “Loggia digitale” di cui si possono vedere i particolari, impossibili a cogliere a occhio nudo da otto metri di distanza, di cui si può conoscere la storia, i significati simbolici e tutto quanto fa da contorno. In mostra solo attraverso un “touchscreen” e comodamente a casa propria mediante un link (vcg.isti.cnr.it/farnesina).

Villa Farnesina, Via della Lungara 230 – Roma. Orario: da lunedì a sabato dalle ore 9.00 alle 14.00. Fino al 20 luglio 2017. Informazioni: www.lincei.it