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I Fori dopo i Fori .La vita quotidiana nell’area dei Fori Imperiali dopo l’antichità

Laura Gigliotti

Esposta accanto ad alcune monete nella mostra “I Fori dopo i Fori, la vita quotidiana nell’area dei Fori Imperiali dopo l’antichità” aperta a Roma fino al 10 settembre 2017 ai Mercati di Traiano, c’è anche la “Perizia” a stampa del Collegio peritale nominato dal Tribunale di Roma nel ’40 per la stima del “Tesoro di Via Alessandrina”. Con questo documento si scriveva la parola fine alla lunga controversia fra gli aspiranti a un’eredità che ha dell’incredibile. Il 23 febbraio del ’33, infatti, nel corso delle demolizioni di un caseggiato di via Alessandrina, abbattendo un muro, si scoprì un tesoro in monete d’oro e gioielli nascosto dall’antiquario romano Francesco Martinetti che aveva abitato in quella casa fino alla sua morte avvenuta nel 1895. La notizia ebbe grande risalto nella stampa suscitando l’interesse della gente. Molti che avevano giocato sulla ruota di Roma un terno secco al lotto, seguendo le regole della “Smorfia”, vinsero. Erano monete d’oro belghe e italiane del XIX secolo e monete antiche, Statere d’oro di Filippo II di Macedonia, Dracma d’oro a nome di Agatocle di Siracusa, Aureo a nome di Giulio Cesare e oggetti di oreficeria e gemme, che alla fine della controversia vennero assegnate al Monetiere Capitolino dove tuttora si trovano.

Ai Mercati di Traiano in mostra ci sono anche due tesoretti, seppelliti probabilmente dai loro proprietari rimasti anonimi. Il primo, il più antico, rinvenuti nel Foro di Nerva, risale al XII-XIII secolo, l’altro che data attorno al 1550 è stato ritrovato nell’area del Foro di Traiano con le monete ancora nascoste dentro le brocche di ceramica. In una vetrina oggetti che testimoniano la vita della gente, occhiali, posate, rasoi e resti di ossa animali per realizzare bottoni o pedine da gioco. C’è anche il frammento di uno stampo da orafo che risale al Duecento e che doveva servire a produrre placchette o fibbie in metallo. Una da un lato ha l’immagine di un cavaliere, dall’altro una figura con una tunica, forse un angelo. In mostra un boccale con lo stemma della famiglia Orsini ritrovato, assieme al ripostiglio monetale cinquecentesco, durante lo scavo del monastero di Sant’Urbano al Foro di Traiano.

La mostra è ospitata negli spazi grandiosi dei Mercati di Traiano, fra rocchi di colonne, capitelli corinzi e frammenti di Cariatidi che decoravano l’attico dei portici del Foro di Augusto. Promossa dalla Sovrintendenza capitolina, ideata da Claudio Parisi Presicce, presenta per la prima volta al pubblico una selezione dei materiali ritrovati durante gli scavi archeologici realizzati, in particolare, negli ultimi venticinque anni in quello che può essere considerato il più grande “cantiere moderno dell’antichità”, il cantiere dei Fori Imperiali. Un complesso monumentale che si è formato nell’arco di oltre un secolo e mezzo, fra il 46 a.C., data di inaugurazione del Foro di Cesare, e il 113 d. C., quando venne completato il Foro di Traiano con l’inaugurazione della colonna che conservava le ceneri dell’imperatore. Fra questi due estremi sono stati aperti nel 2 a. C. il Foro d Augusto, nel 75 d. C. il “Templum Pacis” da Vespasiano e nel 97 il Foro di Nerva, detto anche “transitorio” in quanto permetteva il passaggio fra la Suburra e il Foro Romano. Per realizzarlo era stato monumentalizzato un tratto dell’”Argiletum”, un’antica strada compresa fra i Fori di Cesare e Augusto. Il “Templum Pacis si distingueva dagli altri per il suo carattere di museo all’aperto e per la sua famosa biblioteca. Dal IV secolo sarà detto “Foro della Pace”, vi era esposta la “Forma Urbis”, la grande pianta marmorea vol Settimio Severo.

Ma mentre si conosce molto bene la vita dei Fori nel periodo classico, le nostre competenze diminuiscono quando si analizza il periodo di transizione dall’antichità al medioevo. Si pensi alla popolazione nel corso del V sec. d. C.. Nell’arco di un’ottantina d’anni Roma passa da un milione di abitanti a circa 50 mila a causa delle guerre e della perdita dello status di capitale dell’impero che Massimiano ha trasferito a Milano. Quando Teodorico nel 493, dopo la scomparsa dell’ultimo imperatore d’Occidente Romolo Augustolo, si trova a governarla, Roma è ancora chiusa fra le Mura Aureliane, ma è spopolata. Una sensazione di vuoto nettamente percepita da Giustiniano che cerca di recuperare l’Italia usurpata dai Goti, e dal suo segretario Cassiodoro. Una città che nel VI secolo ha una popolazione oscillante fra le 30 e 50 mila persone, in cui templi e luoghi di culto sono chiusi o inutilizzati, in disuso le basiliche civili, Giulia, Emilia, Ulpia, nate per l’amministrazione della giustizia, così come le terme imperiali che vedono sparire per il crollo demografico frequentatori e addetti. “I papi della fine dell’VIII e della prima metà del IX secolo saranno in grado di intervenire su questo patrimonio per plasmare l’immagine della città e traghettarla definitivamente dall’antichità al medioevo”, ricorda Roberto Meneghini che con Nicoletta Bernacchio ha curato la rassegna.

Ma cosa ne è stato dei Fori nel Medioevo e poi nel Rinascimento? La riposta viene dalle ricerche storiche e dalle indagini archeologiche di cui la mostra rappresenta un’interessante ed efficace sintesi. La vita quotidiana insieme alle vicende dei luoghi e delle persone sono ricostruite attraverso più di trecento reperti archeologici ritrovati durante gli scavi, oggetti appartenuti agli abitanti o prodotti nelle numerose botteghe della zona, conservati nei depositi dei Fori Imperiali e di altri musei capitolini. Una storia di trasformazioni, di demolizioni, quella dei Fori, fino a giungere agli scavi del Grande Giubileo del 2000. Già da primi secoli del Medioevo nell’area occupata dai cinque Fori Imperiali sorgono numerose chiese e monasteri trasformati, ricostruiti nel tempo o demoliti per mettere in luce i monumenti antichi.

Alla fine del XVI secolo tutta l’area viene interessata da importanti cambiamenti che ne mutano profondamente l’aspetto. Alle evidenze monumentali si alternano ampi spazi verdi che vengono ben presto urbanizzati. Nasce allora un nuovo quartiere detto Alessandrino dal soprannome del cardinale Michele Bonelli, Gran Priore dell’Ordine di Malta che nel 1584 dà in affitto l’Orto di San Basilio, di proprietà dell’Ordine, già suddiviso in lotti, sui quali gli affittuari avrebbero potuto costruire le proprie case. La stessa cosa fanno nei terreni di loro proprietà nel Foro di Cesare i della Valle e i Conti in un orto di famiglia presso la torre dei Conti. Il quartiere si popola rapidamente anche per la presenza di artisti e artigiani del Nord che giungono in città attratti dai numerosi cantieri edilizi. Vengono rinnovate le chiese antiche e fondati nuovi complessi religiosi.

Il Conservatorio delle Zitelle Sperse (demolito dai francesi nel 1812), era un orfanotrofio che accoglieva e proteggeva (conservava) le “zitelle”, le bambine abbandonate. Grazie a generosi benefattori venivano educate ai lavori di casa e una volta cresciute potevano sposarsi o farsi suore nel vicino convento di Sant’Urbano ai Pantani. Sia il Monastero delle Catecumene che il Conservatorio delle Zitelle hanno restituito molti oggetti devozionali, come medagliette con brevi preghiere che venivano applicate con spille alle vesti o portate al collo con catenine. Forse chissà segni di riconoscimento in un lontano futuro per le madri che le avevano lasciate.

I primi sventramenti in età moderna per lo scavo e il recupero di strutture antiche si hanno durante la dominazione napoleonica (1809-1814), quando viene distrutto l’isolato corrispondente alla parte centrale della Basilica Ulpia e i complessi dello Spirito Santo e di Sant’Eufemia e per motivi statici Santa Maria in Campo Carleo. Ma l’azione più radicale, per isolare il Campidoglio e liberare i resti antichi dei Fori, si registra negli anni Venti Trenta del Novecento con l’apertura di Via dell’Impero inaugurata da Mussolini il 28 ottobre 1932. La maggior parte degli abitanti del quartiere Alessandrino sarà trasferita in case popolari costruite in periferia. Dal centro, “i luridi tuguri”, come si diceva, a case pulite ed ariose, ma a Piazza d’Armi, Pontelungo, via Portuense e successivamente a Tormarancia e a San Basilio.

Nel ‘900 vengono rase al suolo molte chiese, come Santa Maria in Macello Martyrum, San Lorenzo ai Monti, San Basilio, il Monastero delle Catecumene, San Lorenzolo ai Monti e Sant’Urbano ai Pantani. La Curia Senatus, che ospitava la chiesa di Sant’Adriano, fu svuotata delle aggiunte barocche di Martino Longhi il Giovane. Risparmiate dalle demolizioni solo la basilica dei Santi Cosma e Damiano, la chiesa dei Santi Luca e Martina di Pietro da Cortona, la chiesa della Madonna di Loreto, iniziata da Antonio da Sangallo il Giovane e terminata da Giacomo del Duca e la settecentesca chiesa del Santissimo Nome di Maria di Antoine Dérizet.

La mostra si apre con una serie d’immagini d’epoca delle demolizioni e del quartiere Alessandrino, quel tratto che andava da Piazza Venezia allo sbocco di Via Cavour, che non c’è più. Sono strade, case, botteghe con le loro insegne, abitanti affacciati alle finestre, foto struggenti che scorrono rapidamente, senza didascalie. Che invece andrebbero viste lentamente, nei particolari.

Segue la rassegna, ordinata in quattro sezioni, a cominciare dagli oggetti della vita quotidiana. In mostra frammenti di boccali, di brocche, ciotole, di contenitori per la casa in ceramica, al tempo l’unico materiale usato in cucina, che seguono il gusto e la moda del tempo. All’interno di un pozzo, addossato alla Chiesa di Sant’Urbano al Foro di Traiano, sono stati trovati una carrucola e un secchio in legno e due brocche del X secolo.

Nella seconda sezione, “I vasai del Rinascimento”. Si viene a sapere che nel XV secolo nell’area del Foro di Traiano erano presenti tre botteghe di vasai. Di uno di loro, Giovanni Boni da Brescia, è stata trovata l’abitazione e la fornace per maioliche ben conservate. Un ritrovamento eccezionale anche per il gran numero di forme malcotte o scartate e prove di disegno su ceramiche non finite.

La terza sezione è dedicata agli abitanti famosi del quartiere. Da Giotto che abitava presso Tor de’Conti a Michelangelo e Giulio Romano che stavano a Macel de’Corvi, ai Longhi e Flaminio Ponzio su via Alessandrina, fino a Mario Mafai e Antonietta Raphäel che nell’attico di Palazzo Nicolini a Via Cavour diedero vita alla Scuola di Via Cavour. Nel Rinascimento questa zona ospitava anche il giardino di antichità di Johann Goritz, prelato e raffinato intellettuale.

A conclusione del percorso la storia di chiese e conventi scomparsi. Della qualità di questi edifici abbattuti per far posto a Via dell’Impero sono testimonianza una lastra funeraria frammentata del XV secolo, che presenta l’immagine incompleta di una figura maschile, rinvenuta presso la chiesa di Sant’Urbano e un meraviglioso pluteo marmoreo del IX secolo.

Mercati di Traiano - Museo dei Fori Imperiali. Roma, Via Quattro Novembre, 94. Orario: tutti i giorni 9.30 – 19.30. Informazioni 060608 e www.mercatiditraiano.it Fino al 10 settembre 2017.